La città di Firenze dedica una straordinaria retrospettiva ad un pittore fondamentale per la
comprensione del Primo Rinascimento toscano. “L’opere sue furono sempre tenute bellissime et
eccellenti…” scrisse Giorgio Vasari, il primo storico dell’arte italiana. Purtroppo, per secoli
l’Angelico (definito così perché dipinse cieli ed angeli di rara bellezza e dopo la morte venne
anche beatificato) fu considerato meno importante perché era un frate domenicano. Affidiamoci
ad uno storico come Frederik Altan per una analisi lucida e penetrante: “L’arte dell’Angelico ha
potuto conservare una certa componente dogmatica (religiosa ndr), essere popolare quando lo
desiderava, con un aristocratico influsso gotico capace però d’assorbire le conquiste del
naturalismo alto borghese contemporaneo. Questo non è riuscito alla maggior parte dei pittori
laici della stessa generazione!”


Giovanni da Fiesole, non disdegnando di emergere nella sua appassionata missione spirituale
(fu anche nominato Priore del convento del suo paese di origine) concentrò nella pittura la sua
indole creativa, mostrando di voler essere un innovatore e svincolandosi dai lacci gotici giovanili
pur mitigando la prorompente e corporea rivoluzione di Masaccio. Nella maturità, ossia nel
periodo della consapevolezza delle proprie qualità, sviluppò alcune ardite soluzioni, che
saranno ammirate ed utilizzate da artisti come Piero della Francesca e, molto più avanti, anche
da Leonardo da Vinci. Innanzitutto la spazialità, nitida nelle costruzioni degli impianti
architettonici, sempre accoglienti temi religiosi che non sono mai agiografici. Tenne la barra
dritta, l’Angelico, che volle immaginare un mondo dai colori vividi ed appaganti (come nella Pala
Strozzi) in cui il tragico evento della deposizione di Cristo è esattamente il contrario della
cupezza che uno potrebbe aspettarsi. Il paesaggio sullo sfondo anticipa gli esiti metafisici di
Piero e i cipressi toscani che saranno ripresi anche negli sfumati leonardeschi. Il tutto è un
omaggio evidente al padre della pittura italiana, ossia Giotto di Bondone. Quando il frate
Giovanni da Fiesole (mi piace chiamarlo così perché in vita era il suo nome) decise di chiedere
al Priore di San Marco di poter affrescare le cellette dei suoi confratelli, nacque lentamente il
suo massimo capolavoro. Aiutato da allievi, tra cui Benozzo Gozzoli, progettò una grande serie
di affreschi dedicati alla vita di Cristo e di San Domenico, che hanno fatto diventare il semplice
scorrere di quei corridoi una visita museale unica al mondo. Il “Cristo deriso”, ad esempio, ha
tratti incredibilmente moderni, metafisici e quasi surreali che influenzeranno lo sviluppo dell’Arte
italiana sino al Novecento.
L’Argan scrisse: “Nella Trasfigurazione, forse l’opera più alta dell’Angelico (nella cella n. del
convento di S.Marco) Cristo con le braccia aperte è anche la croce e risalta, bianco su bianco,
in un alone di luce a forma di mandorla”
La grande mostra, che raduna dipinti e predelle smembrate nei secoli e ricomposte in occasione
dell’evento, consta di oltre 150 opere ed è stata divisa in due sedi: il Museo di San Marco e
Palazzo Strozzi. Il progetto fa parte dell’ampio sforzo della città di Firenze di rendere omaggio,
ogni anno, ad uno dei suoi grandi artisti. Incredibile quella dedicata, recentemente, al
Verrocchio. Fra Giovanni da Fiesole, per tutti il Beato Angelico, merita il massimo
riconoscimento che gli è stato concesso.
Beato Angelico. Firenze Palazzo Strozzi e Museo di San Marco.
Aperta sino al 26 gennaio 2026

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