Nei laghi e negli stagni temporanei delle isole Svalbard vive un crostaceo di pochi
centimetri le cui uova resistono all’inverno per poi schiudersi nella breve estate artica,
per sopravvivere, devono sapere con esattezza quando addormentarsi e quando
risvegliarsi. A depositarle è il Lepidurus arcticus e la precisione di quel calcolo è oggi
una delle chiavi per capire cosa stia accadendo agli ecosistemi polari. È attorno a
questo meccanismo che ruota il progetto internazionale “Light, Time, Clock and
Clime: seasonal and climate effects on Lepidurus arcticus”, coordinato dal professor
Vittorio Pasquali dell’Università del Salento in qualità di Principal Investigator e
finanziato dal Research Council of Norway nell’ambito dello Svalbard Strategic
Grant.
Gli organismi polari affidano agli orologi biologici il compito di sincronizzarsi con le
stagioni. Il segnale su cui si regolano è soprattutto la luce, che non cambia. Cambiano
invece temperatura e disponibilità di nutrienti e cambiano più in fretta qui che in
qualsiasi altra regione del pianeta: ne deriva un disallineamento tra ciò che l’orologio
interno annuncia e ciò che l’ambiente offre. La dipendenza da questi meccanismi
cresce con la latitudine ed è per questo che gli ecosistemi polari sono i primi a
pagarne il prezzo.
Lepidurus arcticus è la specie giusta per osservare il fenomeno. Predatore dello
zooplancton, è a sua volta risorsa alimentare decisiva per gli uccelli nel periodo
riproduttivo: se sbaglia i tempi, l’errore si propaga lungo la catena. Per questo i
ricercatori lo considerano una specie chiave e un potenziale indicatore biologico degli
effetti del riscaldamento globale. Il gruppo studia la tempistica dell’entrata in
dormienza e della successiva riattivazione combinando osservazioni sul campo —
fotoperiodo, temperatura, parametri chimico-fisici delle acque — ed esperimenti
controllati in laboratorio, con l’ipotesi che i programmi circannuali garantiscano gradi
diversi di plasticità di fronte alla variabilità tra un anno e l’altro.
Attorno al coordinamento dell’Università del Salento, il progetto ha costruito una
rete che unisce gli atenei di quattro Paesi: UNIS University Centre in Svalbard, The
Arctic University of Norway per la Norvegia, l’Università di Copenaghen per la
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piazza Tancredi 7, 73100 Lecce (Italia)
+39 0832 292365 – paola.ancora@unisalento.it
Danimarca, l’Università di Jyväskylä per la Finlandia e, per l’Italia, anche la Sapienza
Università di Roma. Al lavoro partecipano il professor Edoardo Calizza, ecologo
della Sapienza, il professor David Hazlerigg, fisiologo a Tromsø, il professor Stephen
Coulson, zoologo dell’UNIS, la professoressa Kirsten Christoffersen, limnologa a
Copenaghen, e la professoressa Hanna-Kaisa Lakka, ecologa a Jyväskylä. Limnologia
artica (ovvero lo studio delle acque dolci dell’Artico), fisiologia e comportamento degli
invertebrati, cronobiologia stagionale: competenze che raramente convergono su uno
stesso oggetto di studio si sono dunque riunite per affrontare una delle sfide globali
più importanti di questo millennio.
Il coordinamento non nasce dal nulla. Le ricerche artiche di Pasquali sono cominciate
nel 2014, grazie all’Istituto di Scienze Polari del Consiglio Nazionale delle Ricerche,
presso la base scientifica “Dirigibile Italia” di Ny-Ålesund — la stazione italiana alle
Svalbard, intitolata alla spedizione di Umberto Nobile del 1928 — e da allora sono
proseguite su più linee di lavoro, alcune delle quali tuttora condotte insieme al CNR.
Dodici anni di ricerche e collaborazioni su tematiche di biologia e fisiologia degli
animali polari che oggi sfociano in un ruolo di guida scientifica internazionale.
La campagna 2026, attualmente in corso, prevede il monitoraggio di laghi e stagni
temporanei caratterizzati da diversi livelli di vulnerabilità ai cambiamenti ambientali,
mentre presso la stazione di ricerca norvegese dell’Arctic University of Norway, la
AAB field station, si predispongono gli esperimenti di lunga durata sulla regolazione
della dormienza. I risultati contribuiranno a migliorare la comprensione della
vulnerabilità degli ecosistemi d’acqua dolce polari e potranno costituire un
riferimento per studi analoghi in altre aree geografiche.
Alle attività sul campo contribuisce l’Arma dei Carabinieri attraverso il Comando
Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari (CUFAA), che mette a disposizione del
team internazionale competenze maturate nel monitoraggio ambientale e nella tutela
degli ecosistemi naturali. Il personale dell’Arma, presente in abiti civili e con compiti
esclusivamente tecnico-scientifici, supporta il riconoscimento della flora, dell’avifauna
e della fauna selvatica nei siti di campionamento, la raccolta dei parametri chimico-
fisici dei laghi — con gli stessi sistemi di acquisizione impiegati nelle aree naturali
protette italiane — e le operazioni di campionamento dello zooplancton, di stima
della densità delle popolazioni di Lepidurus e di raccolta degli esemplari destinati alle
analisi. Una partecipazione che, come sottolinea la stessa Arma, conferma il valore
delle competenze espresse dal comparto di specialità forestale, ambientale e
agroalimentare anche nel campo della cooperazione scientifica internazionale.
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Si tratta di funzioni che il decreto legislativo 19 agosto 2016, numero 177 attribuisce
espressamente all’Arma, tra le attività di studio e di monitoraggio del territorio con
raccolta, elaborazione e diffusione dei dati. La collaborazione si colloca interamente
nella cornice del Trattato delle Svalbard, firmato a Parigi nel 1920 e sottoscritto
anche dall’Italia, che affida l’amministrazione dell’arcipelago alla Norvegia, ne vieta
l’uso a fini bellici ed esclude basi navali e fortificazioni, riconoscendo al tempo stesso
ai cittadini di tutti gli Stati firmatari pari diritto di accesso per le attività scientifiche.
La collaborazione fra UniSalento e il professor Pasquali e i Carabinieri forestali è
ormai consolidata e, nel tempo, ha riguardato la messa a punto di apparati per il
monitoraggio dei laghi artici, apparati inizialmente testati nel Parco Nazionale del
Gran Sasso e Monti della Laga, collaudati e pienamente operativi, trasferiti al Polo
Nord.
La salvaguardia della biodiversità non conosce confini nazionali, e nemmeno confini
tra istituzioni. L’Artico è il luogo dove i cambiamenti climatici si manifestano prima e
con maggiore intensità: comprendere ciò che accade in quei laghi significa
comprendere in anticipo ciò che accadrà altrove. L’Organizzazione forestale,
ambientale e agroalimentare dell’Arma dei Carabinieri contribuisce a questo progetto
con le proprie competenze tecnico-scientifiche di monitoraggio, maturate nella tutela
del patrimonio naturale italiano. È il modo più concreto in cui una funzione di tutela
può farsi anche cooperazione scientifica internazionale, al servizio della comunità dei
ricercatori e, in ultima analisi, di chi verrà dopo di noi.
«Studiare quando un organismo decide di fermarsi e quando decide di ripartire
significa studiare il modo in cui la vita legge il tempo», spiega Vittorio Pasquali.
«Nell’Artico questa lettura sta diventando inaffidabile: la luce dice una cosa, la
temperatura ne dice un’altra. Sono dodici anni che lavoro in queste isole, e il
passaggio da ospite a coordinatore di una rete che mette insieme sei atenei di quattro
Paesi non riguarda solo me: riguarda la capacità dell’Università del Salento di stare al
centro delle reti scientifiche europee più avanzate, su uno degli ecosistemi che
rappresentano la prima linea del cambiamento climatico».
Lecce, 27 luglio 2026
Paola Ancora
Università del Salento
Ufficio Comunicazione istituzionale