A cura di Ilaria Solazzo
Roma accoglie “Il granello. Crocevia di un neo”: emozione, scienza e memoria in un cortometraggio che lascia il segno.
Il 4 giugno al Multisala Barberini la proiezione del film ispirato alla storia di Stefano Barone. Applausi, commozione e un messaggio forte sulla prevenzione del melanoma.


Una sala gremita, occhi attenti e commossi, e un silenzio carico di rispetto hanno accolto martedì 4 giugno 2024 la prima proiezione romana di “Il granello. Crocevia di un neo”, il cortometraggio scritto e diretto da Frida Bruno, ispirato alla vera storia di Stefano Barone, colpito da melanoma a soli 23 anni.
L’evento, ospitato presso il Multisala Barberini, ha rappresentato molto più di una semplice proiezione: è stato un momento di condivisione, riflessione e sensibilizzazione profonda sul tema della prevenzione dei tumori della pelle.
Dal dolore alla consapevolezza: la storia di Stefano
La pellicola nasce da un incontro casuale tra la regista Frida Bruno e il papà di Stefano quando le fa leggere le pagine che il figlio dedicò a una sua musa immaginaria di nome Frida. Quelle pagine hanno toccato nel profondo la regista, che ha deciso di trasformarle in un’opera audiovisiva capace di arrivare al cuore del pubblico.
Determinante il contributo del padre di Stefano, Beppe Barone, produttore del film e instancabile promotore di un messaggio che guarda al futuro: quello della prevenzione, della diagnosi precoce e della ricerca scientifica, strumenti fondamentali per combattere un nemico silente come il melanoma.
“Con questo lavoro – ha dichiarato Beppe Barone durante il dibattito post-proiezione – vogliamo far passare un messaggio soprattutto ai giovani: i nei si controllano senza se e senza ma”.
Un dibattito tra scienza e testimonianza.

Dopo la proiezione, il confronto moderato dalla giornalista Ilaria Fratoni ha riunito sul palco la regista Frida Bruno, l’attore protagonista Pietro Nalesso, e alcuni importanti ospiti del mondo medico e scientifico, tra cui il Prof. Ferdinando Cananzi (IRCCS Humanitas), tra i massimi esperti in chirurgia dei sarcomi, melanomi e tumori rari.
Il dibattito ha messo in luce l’urgenza di diffondere una cultura della prevenzione, soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione, spesso inconsapevoli dei rischi connessi all’esposizione solare e alla trascuratezza di segnali clinici apparentemente innocui, come un semplice neo.
Il cortometraggio: un equilibrio tra emozione e informazione
“Il granello. Crocevia di un neo” alterna sequenze di fiction — con un’intensa interpretazione di Pietro Nalesso nel ruolo di Stefano — a interviste reali con medici, familiari e amici.
L’obiettivo è chiaro: educare senza retorica, emozionare senza drammatizzare, informare con chiarezza, unendo l’arte cinematografica alla forza delle testimonianze vere. Tra i contributi spiccano quelli del Prof. Mauro Ferrari, figura di spicco nel campo della nanomedicina, e del Prof. Patrick Hwu, presidente del Moffitt Cancer Center.
Il film è prodotto da Beppe Barone, con produzione esecutiva di Forma International (Ruggero Gabbai e Chiara Passoni), fotografia di Massimo Foletti, musiche di Stefano Barone (“Cercami in Babilonia”) e Alex Usai (“Hope”).
Un messaggio che continua a camminare.
Il film, sostenuto dalla Regione Lombardia, dal Comune di Milano e da enti come il Circolo Arci L’Impegno e il GibaHospital Service, si propone ora di continuare il proprio viaggio, con nuove tappe in scuole, festival e contesti formativi e culturali. E per far questo Beppe Barone ha fondato l’omonima associazione “Il granello. Crocevia di un neo”.
“Il granello”, come dice il titolo, è piccolo. Ma può diventare grande se raccolto e trasmesso. Proprio come avrebbe voluto Stefano.
Scheda tecnica
Titolo: Il granello. Crocevia di un neo
Regia e soggetto: Frida Bruno
Produzione: Beppe Barone
Produzione esecutiva: Forma International – Ruggero Gabbai, Chiara Passoni
Attori: Pietro Nalesso, Camilla Gariboldi, Chiara Di Loreto, Gabriele Dore, Giulia Fattone, Andrea Serafini
Musiche: Stefano Barone, Alex Usai
Fotografia: Massimo Foletti
Durata: ca. 30 minuti
Genere: Docu-fiction
Patrocini: Regione Lombardia, Comune di Milano
Messaggio della regista – Frida Bruno – per i nostri lettori.
Credo che l’arte, quando nasce da un movimento interiore ampio, autentico e più che mai lontano dall’ego, sia una forma efficacissima di prevenzione.
Con “Il granello. Crocevia di un neo” ho voluto trasformare il dolore in voce, la memoria in cammino, e l’assenza in presenza. L’arte ha un potere silenzioso: non grida, resta. Negli occhi, nei gesti, nei pensieri che cambiano chi l’ha ascoltata.
Ogni fotogramma può diventare un piccolo atto di cura.
INTERVISTA A FRIDA BRUNO – REGISTA DI “IL GRANELLO. CROCEVIA DI UN NEO”
Signora Bruno, “Il granello. Crocevia di un neo” è un film che nasce da una storia vera e molto toccante. Come è avvenuto il suo primo contatto con la vicenda di Stefano Barone?
È stato un incontro del tutto fortuito, ma profondamente significativo con il papà di Stefano, Beppe Barone che saputo il mio nome e il mio mestiere mi lesse una lettera del figlio Stefano che scrisse durante la sua malattia dedicata a una musa immaginaria chiamata “Frida”. Una bella coincidenza. Mi raccontò quindi per intero la sua storia sottolineando il desiderio che aveva Stefano di lasciare un messaggio di prevenzione. Nacque l’idea di fare un documentario.
Cosa l’ha colpita di più di Stefano come persona, attraverso il suo scritto?
La lucidità nonostante la malattia, uno sguardo lucido e profondo sulla vita, sul tempo, sull’amore. Un ragazzo che ho conosciuto anche attraverso svariati racconti che riusciva a trasformare la paura in riflessione, il dolore in parole di speranza. Un’artista. E come sottolinea Ilaria Fratoni nel film forse proprio questa spiccata dote artistica gli dava il coraggio di restare vivo anche mentre il corpo veniva meno. Lo scritto contiene parole intese, forti autentiche che avevo il dovere di non tradire ma anzi tradurre il più fedelmente possibile in forma filmica. E con Beppe avevamo una visione forte e chiara : quella di creare un messaggio da portare avanti senza santificare nessuno.
Il film alterna fiction e testimonianze reali. Come ha lavorato per mantenere questo equilibrio narrativo?
È stata una sfida delicata. Da una parte c’era il bisogno di raccontare la storia in modo cinematografico, con attori e una struttura narrativa. Dall’altra, il dovere di dare voce a chi ha vissuto questa esperienza: i familiari, i medici, gli amici. Ho costruito una linea narrativa su tre livelli : il racconto di Beppe come giuda sui punti essenziali del percorso di cura, la parte fiction, e le interviste di medici e scienziati. Una traccia che potesse unire emozione e informazione, senza mai cadere nella retorica. La produzione esecutiva era capitanata da Ruggero Gabbai e Chiara Passoni di Forma International, veterani di bellissimi documentari e la loro vicinanza è stata un’importante verifica sull’efficacia del materiale e del montaggio.
Quanto è stato importante il contributo degli esperti presenti nel film, come il professor Cananzi o Mauro Ferrari?
Fondamentale. Volevamo che il film avesse anche una valenza divulgativa. Il melanoma è ancora oggi sottovalutato, soprattutto tra i giovani. Grazie agli interventi degli esperti, siamo riusciti a spiegare in modo chiaro cos’è questa malattia, quali sono i segnali da non ignorare, e quanto la ricerca abbia fatto passi avanti negli ultimi anni. Ma il messaggio più forte resta che prevenire è ancora l’arma più potente. Il prof. Cananzi e il prof. Ferrari sono stati generosi e fondamentali nel comunicare un messaggio non solo competente ma chiaro e alla portata di tutti e aggiungo: mi ha sorpreso in entrambi il tanto amore e la dedizione che mettono in campo nel loro lavoro che diciamolo, molto spesso presenta difficili prove emotive.
Come ha scelto gli attori e come ha guidato il protagonista, Pietro Nalesso, nel ruolo di Stefano?
Pietro lo avevo visto in altri lavori e mi aveva colpita per la sua capacità di interpretare con autenticità e spiccata sensibilità. Gli ho chiesto non tanto di “recitare” Stefano, ma di ascoltarlo, di farsi attraversare dalle sue parole. Essendo una persona reale e non un personaggio di fantasia e con molti punti in comune con lui, come la giovane età e una carriera artistica, abbiamo lavorato più sul togliere e anche grazie ai dialoghi tra lui e Beppe è riuscito nell’interpretazione ha restituire tutto questo con una delicatezza rara.
La metafora del “granello di sabbia” è molto forte. Come è nata?
La metafora del “granello di sabbia” è molto forte. Come è nata?
Viene proprio da un pensiero scritto di Stefano. Cosa può un granello di sabbia? Si domandava. Sappiamo che può crescere e diventare insidioso. Da lì l’idea di costruire la narrazione attorno a questo simbolo ma ribaltando il concetto in positivo: un puntino minuscolo contiene già in sé il potenziale per cambiare tutto, come un semplice messaggio se passato di mano in mano può raggiunge sempre più persone espandendosi.
C’è un momento sul set che ricorda con particolare emozione?
Sì, durante l’intervista del prof. Patrik Hwo quando durante il suo impeccabile racconto medico/scientifico si è commosso al ricordo della vicenda specifica di Stefano avvenuta 10 anni prima. Mostrando così non solo l’ampiezza del suo animo ma anche quanto fosse stato toccato umanamente da Stefano e dalla sua bella famiglia. Anche il prof. Mauro Ferrari era pieno di affetto e bei ricordi su Stefano. Ma comunque ho scelto di non montare queste parti perché ho ritenuto più importante che il film restasse un passo indietro dalla personalizzazione emotiva degli eventi. Credo che la sobrietà sia più capace di toccare gli animi. E in questo il racconto di Beppe ne è davvero un bellissimo esempio.
Che tipo di reazioni ha ricevuto dal pubblico, soprattutto dopo la proiezione di Roma?
Reazioni profonde, vere, partecipate. In molti dopo aver visto il film hanno deciso di prenotare una visita dermatologica. Ne sono stata felice perché l’intento del film era proprio questo, creare un effetto a catena. E ‘ la speranza di ogni regista che il proprio film e il tema che tratta, faccia breccia nel cuore degli spettatori tanto da stimolarne nuove riflessioni, considerazioni e perfino azioni.
Come regista, che responsabilità sente nel raccontare storie che nascono da un dolore così grande?
La responsabilità di non tradire il protagonista. Di non spettacolarizzare il dolore. Rispettare non solo il sacro, che credo si debba fare sempre, ma anche fatti e persone. E poi come sempre è bene fare, trovare nella vicenda personale il messaggio universale. Altrimenti si cade nella retorica e anche per eventi tragici si rischia di creare distacco e chiusura, ovvero il contrario dell’empatia e la partecipazione che invece è il perno su cui si fonda qualsiasi prodotto che ha l’intento di farsi ascoltare.
Il film ha ottenuto diversi patrocini e il sostegno di enti pubblici e privati. Quanto è importante questo supporto per progetti indipendenti come il suo?
Il cinema indipendente ha sempre più difficoltà a trovare spazio anche quando si tratta di temi sociali. Per questo è fondamentale che enti privati e pubblici continuino a sostenerlo…anche più di quanto già facciano se possibile.
Cosa si augura oggi, a distanza di moltissimi mesi dalla proiezione romana?
Mi auguro che il film continui a camminare, ad arrivare nelle scuole e nei contesti dove può fare davvero la differenza. Perché un “granello”, come sparava il protagonista, Stefano Barone, se condiviso, può diventare un seme che non smette mai di portare il suo messaggio.
La ringrazio, davvero, per aver condiviso con noi non solo il racconto di un film, ma il respiro profondo di un’anima che ancora parla.
Grazie a Lei. Raccontare questa storia è stato come tenere tra le mani un filo sottile, invisibile ma fortissimo. E ringrazio anche Beppe per essersi affidato a me come regista per mettere in pratica un importante desiderio di suo figlio.
Frida Bruno: Credo profondamente che l’arte sia una medicina invisibile ma molto efficace.
“Il granello. Crocevia di un neo” è un film nato per essere sentito, non solo visto. E proprio per questo vorrei rivolgere un invito sincero: di vederlo al cinema.
La TV, il divano, lo schermo di casa ci tengono comodi sì… ma tolgono qualcosa di più importante: l’incontro, lo sguardo condiviso, l’emozione che vibra in una sala quando cala il buio e inizia il racconto.
Il cinema non è solo un luogo. È un rito. È uno spazio in cui, anche solo per un’ora, possiamo sentirci parte dello stesso respiro e poi guardare uno schermo grande ingrandisce anche la posizione interna con cui ci disponiamo alla visione.
Venite a vedere questo film. Perché certi messaggi, per arrivare davvero, hanno bisogno di silenzio, attenzione e spazio, una sala grande abbastanza tanto quanto si spera di poter aprire il cuore.
Frida Bruno ci ha ricordato, con grazia e coraggio, che anche una ferita può diventare parola, che anche un’assenza può generare futuro.
E che ogni piccolo segno — sulla pelle o nell’anima — merita di essere ascoltato.
Perché, in fondo, la vera cura inizia dallo sguardo che decidiamo di avere sulle cose. Anche sul più piccolo dei granelli.
Vorrei aggiungere un pensiero che va oltre l’intervista, rivolto a chi legge, guarda, ascolta o semplicemente passa:
Ci sono opere che si dimenticano appena si spengono le luci in sala, e altre che restano — non per gli effetti speciali, ma per ciò che accendono dentro.
“Il granello” è una di queste. Perché ci insegna che la fragilità non è un difetto, ma un varco. Un luogo da cui può nascere un nuovo sguardo su noi stessi e sugli altri.
Se possiamo imparare qualcosa da questa storia, forse è questo:
Non attendere che il dolore diventi insegnamento.
Non rimandare una visita.
Non ignorare un segnale.
Non sottovalutare un granello.
E soprattutto: non lasciare che la paura parli più forte dell’amore per la vita.
Se questa intervista ha lasciato anche solo una domanda in più nel cuore di chi legge, allora il dialogo continua.
E come diceva Stefano, nel suo modo così unico di abitare il tempo: “Cercami in Babilonia. Ma anche nei silenzi che hai imparato ad ascoltare”.