A cura di Ilaria Solazzo

Il Teatro Oggi: Dialogo con Angelica Artemisia sul Nuovo Patto con il Pubblico

Abbiamo chiesto a un’artista a 360 gradi di raccontarci come si è trasformato il rapporto tra palcoscenico e platea. Le sue parole ci guidano in una riflessione che riguarda non solo chi fa teatro, ma anche chi lo vive da spettatore.

In un’epoca in cui la comunicazione è dominata dalla velocità, dai social e dall’interazione digitale, il teatro continua a rappresentare uno degli ultimi spazi di incontro autentico, dove il tempo si dilata e l’ascolto si fa profondo. Ma com’è cambiato, oggi, il rapporto tra attore e pubblico? Cosa cercano gli spettatori contemporanei? E come si adatta l’artista a queste nuove dinamiche?

Per rispondere a queste domande — che riteniamo di grande interesse per chiunque ami l’arte, la cultura e l’esperienza condivisa dello spettacolo dal vivo — abbiamo scelto di confrontarci con una voce autorevole e sensibile: Angelica Artemisia Pedatella, originaria della Calabria, attrice, performer e artista a 360 gradi, capace di muoversi con grazia tra i linguaggi del teatro tradizionale e le sperimentazioni contemporanee.

Nell’intervista che segue, Angelica Artemisia ci accompagna in una riflessione lucida e appassionata sul cambiamento in atto: un cambiamento che riguarda tanto chi sta sul palco quanto chi siede in platea. Un nuovo “patto”, fatto di ascolto, presenza e consapevolezza, che ridisegna il modo in cui ci incontriamo a teatro.

Uno sguardo interno e attento, che invita a riconsiderare il valore profondo del teatro oggi — non come semplice intrattenimento, ma come spazio necessario di umanità condivisa.

Buongiorno Angelica, grazie per aver accettato questa intervista. Vorrei iniziare chiedendole: secondo Lei, com’è cambiato oggi il rapporto tra attore e pubblico rispetto al passato?
Buongiorno a Lei, grazie dell’invito, è sempre importante poter comunicare con chi si occupa di informazione per riflettere sul proprio lavoro. Credo che il rapporto con il pubblico si sia fatto meno intimo e più fragile. Un tempo il teatro aveva un’aura di rituale collettivo, quasi sacro in certi momenti della storia, e gli artisti entravano nella vita quotidiana delle persone in tanti frangenti, potendo davvero condividere idee, convenzioni, rivoluzioni… Oggi il pubblico arriva spesso distratto, abituato a ritmi troppo veloci, troppo digitali. Il pubblico è diventato “follower” ma in questa definizione non c’è rispetto né per il pubblico né per gli artisti. Un artista non ha bisogno di un “follower” ma di una “persona” che esercita un ruolo critico preciso. Io dico sempre che lo spettacolo lo fa il pubblico e dall’altra parte “collaborano” gli artisti. Le dinamiche di oggi, per eccessiva distrazione di chi ha fatto lo spettacolo negli ultimi decenni forse un po’ troppo distrattamente e un po’ troppo remissivamente, hanno creato una perdita di connessione vera. Adesso non possiamo più dare nulla per scontato: né l’attenzione del pubblico né la presenza acritica degli artisti in scena, concretamente.

Parla di una connessione che non si può dare per scontata. Che cosa intende, concretamente?
Intendo che oggi l’attore deve guadagnarsi il pubblico scena dopo scena, con una idea chiara da trasmettere e rinunciando all’adorazione estemporanea e basata su canoni che poco c’entrano con l’essenza del pensiero. Il pubblico da ricreare sarà più esigente, più critico, ma anche più aperto e stimolante: un vero pubblico. Non ci si deve accontentare di una recitazione accademica o di uno spettacolo ben impacchettato: per essere di nuovo “pubblico”, la gente ha bisogno di impatto, emozione rivoluzionaria, deve sentire verità, autenticità. E noi attori siamo chiamati a “stare” sul palco in modo diverso, più vulnerabile, più diretto e più consapevolmente critico. A volte rompendo la quarta parete, a volte solo abbassando una maschera. Con questo non intendo che bisogna tornare ad un teatro anni Settanta, triste e violento e polemico, come d’istinto si penserebbe. Semmai bisogna cercare un altro linguaggio contemporaneo, leggero, indispensabile e coinvolgente, ma di nuovo profondamente e intimamente umano e imprescindibile dalla parte più nascosta che è in noi. Forse più sociale e meno politico, questo sì.

Secondo Lei, i nuovi linguaggi teatrali — penso al teatro immersivo, al teatro documentario o all’interazione digitale — stanno favorendo o complicando questo rapporto?
Dipende da come vengono usati. Se diventano puro effetto, rischiano di distrarre. Ma se sono al servizio di un racconto onesto, allora sì, possono avvicinare il pubblico, coinvolgerlo in maniera nuova. Il teatro non deve per forza restare quello di cento anni fa. Deve evolversi, ma senza perdere la sua anima. Che, alla fine, resta l’incontro dal vivo tra esseri umani.

E dal punto di vista del pubblico, cosa percepisce Lei come cambiato? Ha notato un diverso atteggiamento o partecipazione?
Assolutamente sì. Il pubblico di oggi è più eterogeneo, più distratto a volte, a volte più curioso. È cambiata la società e il teatro, che ne è lo specchio, necessariamente deve stare in pista. A volte però è uno specchio un po’ opaco o smozzicato. Adesso bisogna puntare su coloro che arrivano a teatro non per abitudine, ma per scelta e da questo prezioso pubblico ripartire per tornare ad essere veramente “teatro”. È questo che lo ha sempre reso ricettivo, più partecipe. A volte questo non è possibile perché siamo circondati dal rumore, troppo rumore. Il silenzio in sala è il primo atto dell’evento teatrale. Oggi, quando si recita in giro negli ambienti all’aperto, c’è un chiasso che impedisce questa ricezione quasi magica del messaggio. Mentre “avviene” il teatro, tra artisti e pubblico c’è uno scambio segreto, ma questo può avvenire in un ambiente sonoro che parte dal silenzio. Il teatro deve essere un atto di ascolto attivo; il silenzio non è solo rispetto, ma l’inizio dell’arte. L’impazienza e la distrazione di cui siamo vittime tutti genera un rumore molesto che ci allontana da quella parte segreta e immateriale di noi che è quella in grado di nutrirci davvero. E questo ci impone di essere sempre presenti, mai su “pilota automatico” com’è in genere. Ogni società nasce dal teatro proprio perché quando questo avviene davvero, cura. Senza questa percezione critica dell’essere umano e della sua più naturale e immediata forma di esistenza comunicativa, è inutile parlare di intelligenza artificiale, social, comunicazione digitale o altro.

C’è qualcosa che le manca del “vecchio” pubblico? O del teatro di un tempo?
Forse manca una certa fedeltà a se stessi. E di conseguenza al teatro. Sembra che andare ad assistere ad un evento sia quasi un favore all’artista e non più un atto creativo di comunione. Una volta il pubblico tornava, seguiva un attore, una compagnia, una stagione perché questo lo nutriva, lo faceva sentire partecipe di una comunità. Oggi ogni rapporto è un continuo mordi e fuggi e questo ha distrutto la “comunità”. Per questo noi artisti dobbiamo ripartire da questo. Con la Compagnia Teatrale BA17 abbiamo attivato un progetto culturale che si chiama proprio “DE PUBLICA OPINIONE” perché ci siamo resi conto che per esistere, sia umanamente che artisticamente, dobbiamo essere una comunità consapevole. Quando riusciamo a toccarle davvero, molte persone tornano, iniziano a seguire il percorso. E quando tornano, il legame che si crea è ancora più profondo, perché nasce da una scelta consapevole. Questo ci fa comprendere quanto sia importante lavorare sul teatro con l’intenzione non del “successo” della serata, ma come un atto consapevole di costruzione di una comunità critica, il pubblico.

In conclusione, come immagina il futuro del rapporto tra attore e spettatore?
Lo immagino il ritorno del pubblico. In fondo questa relazione è una sfida continua lungo i secoli, un’opportunità preziosa per costringere il teatro ad essere sempre teatro. Il teatro e il cinema e anche le contemporanee forme di arte digitale… La magia del teatro è il rapporto dal vivo che ovviamente supera tutto il resto, ma ogni forma di arte deve ripartire da questa consapevolezza. Il teatro è la regina delle arti perché prevede anche il contatto fisico reale che è ciò a cui ogni artista aspira. Un artista vuole e ha bisogno di incontrare “davvero” il pubblico. Altrimenti è solo, diventa quasi un ologramma. Ogni epoca ha il suo pubblico, e ogni pubblico insegna qualcosa agli artisti. Bisogna imparare ad ascoltare. L’importante è non chiudersi, non irrigidirsi, non cominciare a blaterare le solite banalità sui tempi che cambiano e peggiorano con un pessimismo moralista insopportabile. Continuare a cercare quel momento in cui, per pochi istanti, la finzione si fa verità per tutti — noi sul palco e loro in platea — è il momento in cui ci riconosciamo un po’ più umani.

Grazie, Angelica Artemisia. Le sue parole restituiscono con grande sensibilità la complessità e la bellezza di questo mestiere.
Grazie a Lei. È sempre un piacere poter condividere questo viaggio con chi ha voglia e interesse a salire a bordo.

Mentre ascoltavo le parole di Angelica Artemisia, mi è tornato in mente quel silenzio speciale che si crea in sala prima che si alzi il sipario. Un silenzio diverso da tutti gli altri: carico di attesa, di possibilità, di desiderio. È un momento fragile e potente insieme, in cui il pubblico cede il proprio tempo a chi sta per entrare in scena, fidandosi. E forse è proprio qui che si gioca il nuovo patto tra artista e spettatore: in quella fiducia reciproca che oggi, più che mai, va conquistata, curata e rinnovata.

Viviamo in un’epoca in cui siamo abituati a contenuti rapidi, esperienze brevi, connessioni fugaci. Il teatro, con il suo linguaggio lento e profondo, sembra appartenere a un altro tempo. Eppure, è proprio per questo che resta vitale: perché ci costringe a fermarci, a guardare, ad ascoltare. A essere presenti. Non è più solo una questione di tecnica o di spettacolo, ma di umanità.

Angelica Artemisia Pedatella ha parlato con lucidità di questa trasformazione: della necessità di essere autentici, vulnerabili, presenti. E ci ha ricordato che il pubblico non è più un’entità passiva, ma parte attiva del rito teatrale. Se cambia il mondo, cambia anche la scena. E in questo cambiamento, forse faticoso, c’è un’enorme occasione: quella di riscoprire, insieme, il valore dell’incontro vero.

Perché in un tempo che ci spinge a guardare sempre altrove, il teatro ci invita a guardarci negli occhi.

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