Firenze dedica una mostra a uno degli artisti più complessi del Novecento: Mark Rothko.
Scomparso nel 1971, ancora oggi suscita interesse per il suo difficile collocamento stilistico. E’
talmente evidente che già nell’esposizione in oggetto, è stato deciso di allestire due sezioni
“speciali” distaccate dalla sede centrale di Palazzo Strozzi. La più ardita è stata quella di porre
cinque dipinti dell’artista americano in altrettante celle del Convento di San Marco, al fianco
degli affreschi del Beato Angelico.

L’uso del colore stratificato, per piani (tecnica a sua volta
mutuata da Giotto da parte del grande pittore rinascimentale) è del tutto comparabile con tutto lo
storicismo possibile, in un fisico accostamento. Ma è bene affermare, senza dover essere
smentiti, che ogni grande artista reca in sé un retroterra di influenze più o meno evidenti. La
tendenza, anche in Rothko, è stata quella di respingere ogni appartenenza e gridare la propria
geniale invenzione di uno stile autonomo. A differenza di Pollock, De Kooning e Franz Kline,
Rothko non fu mai un “Action painter”, preferendo, insieme a Barnet Newman e Clifford Still,
associarsi alla seconda corrente dell’Espressionismo Astratto, la cosiddetta “Colorfield painting”
o pittura delle campiture. Nella sua prima fase, figurativa, fu influenzato da George Rouault e da
Paul Klee. In seguito, cercò e trovò una strada autonoma. Scrisse Jacob Baal-Teshuva: “Le sue
creazioni cromatiche traggono l’astante all’interno dei loro spazi pregni di luce interiore”. Mark
Rothko rifiutava energicamente di dare una spiegazione dei propri dipinti. Personalmente, credo
che dicesse qualcosa di condivisibile in quanto grande e genuino artista. Il pittore disse: “Mi
interessa soltanto esprimere le più fondamentali sensazioni umane, tragedia, estasi, fatalità e
cose simili…” Si impegnò, in contraddizione con il suo mantra, per dare una generale
esemplificazione del suo stile: “E’ necessario abituare l’occhio a una nuova luce, per poter
cogliere le sfumature impercettibili…” In linea con quella teoria, l’Argan disse: “Un quadro di
Rothko non è una superficie, è un ambiente. Cerca spontaneamente l’architettura, non in nome
di una astratta “sintesi delle arti, ma per una sorta di affinità elettiva.” Vorrei aggiungere che le
grandi dimensioni di molti dei suoi lavori, sono la riprova del suo desiderio di andare oltre
l’oggetto da appendere in un soggiorno. Jacopo Veneziani, giovanissimo e talentuoso storico
dell’arte, ha messo a confronto l’opera di Rothko con quella di Caspar David Friedrik. E’ stata
una operazione molto interessante, per fissare un punto di contatto con il genio ottocentesco, da
lui definito “Il Leopardi della pittura.” E cita il dipinto “Monaco in riva al mare” come un esempio
efficace. Dice Veneziani: “quel paesaggio vuoto, costruito sovrapponendo un sottile lembo di
terra, le acque infide del mare buio e un immenso cielo grigio carico di nuvole…a un passo
dall’astrazione, sembrano anticipare la pittura di Mark Rothko.”
Non resta che suggerire, a chi potesse e volesse farlo, di recarsi a Firenze prima della chiusura
dell’esposizione.
Rothko a Firenze – Palazzo Strozzi/Museo di San Marco/ Biblioteca medicea Laurenziana – Aperta fino 23/8/2026

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