“Per brevità chiamato amore” di Martina Giannì (Eretica Edizioni, 2025 pp. 60 € 15.00) analizza,
con sapiente e intenzionale laconicità, la frammentaria esposizione alla vita intorno alla ricerca
tangibile e sensuale dell’identità e al sedimento emotivo, carnale della realtà dell’innamoramento.
Martina Giannì indaga la varietà teatrale dell’anima in un palcoscenico di espressioni concesse al
gioco delle apparenze, dove gli sguardi si posano lievi sull’amara consapevolezza e oltrepassano gli
entusiasmi e gli incanti del cuore, da voce al respiro infinito di ogni tentazione sensibile di essere
viva e di accogliere il desiderio, creando un dialogo suggestivo tra le varie voci interiori che
animano i suoi versi e compongono l’entità coinvolgente dell’amore. La poesia di Martina Giannì è
un territorio privilegiato in cui ogni intensa attrazione verso l’altro risponde a un’estensione
seducente della vicinanza, un’oasi naturale dove approdare, un’autentica necessità di lasciarsi andare
e cadere tra le braccia di una sensazione, nel confine labile e provvisorio delle atmosfere vissute e
sentite. Evoca scenari transitori, allestiti nella fragilità delle relazioni umane, descritti in un
linguaggio incisivo, epigrammatico, ma nella brevità e nell’evidenza scultorea dei versi è racchiusa
tutta la forza divulgatrice dell’essenza, lucida e fuggevole, di ogni esperienza. L’autrice rincorre la
natura delle proprie vulnerabilità elevandole a motivo di resilienza e di crescita personale, alimenta
una nuova intuizione alle parole donando loro uno strumento illuminato per diffondere la
percezione affettiva, per scavare la dimensione olfattiva dei luoghi e l’occupazione sensoriale delle
persone, per comunicare la contraddizione suscettibile della coscienza e per incoraggiare l’efficacia
dei versi come un’ancora di salvezza. Martina Giannì conosce il vuoto dell’assenza, attraversa gli
avvertimenti della solitudine, si confronta con l’irresolutezza del nulla e la vibrazione della
provvisorietà, rivela una riflessione tagliente e ironica sull’amore, consolida la pungente intesa
esistenziale contro le ipocrite consuetudini morali, suggella la sincerità nella connessione fiduciosa
di un tempo percorso da fondamenti vivi di nostalgia e malinconia. Sperimenta e consolida il
proprio cammino poetico intorno alla conferma di ogni congiuntura favorevole per il viaggio
dell’accadere, conforto e sostegno in una successione naturale delle presenze e degli abbandoni,
nell’ordine miracoloso del flusso delle stagioni interiori, nel labirintico e spietato incrocio delle
illusioni, nell’abbraccio decisivo e languido delle attese perdute. Il libro conserva l’amorevole
tenerezza, delicata e inafferrabile sulle cose, custodisce l’acuta e disarmante dichiarazione sulle
aspettative affettuose, l’inesorabile e accorata comprensione delle tensioni romantiche, l’inquieta e
struggente elegia dei ricordi. Martina Giannì conduce il tragitto bruciante e disilluso delle relazioni
verso la rotta realista di ogni spazio bianco, da riempire, nella pagina trafitta da agguati impulsivi e
accordi passionali, insegue un richiamo caloroso verso l’assedio rovente del contatto umano,
l’oscillazione di uno spirito smanioso che dalla terra riceve la sua linfa empatica e identifica, oltre la
disgregazione, la traccia dell’appartenenza. Nell’impalpabile distacco da ogni perfezione, esegue le
declinazioni possibili di ogni sequestro emozionale, nella forma diluita e inaspettata del divenire.
Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”
https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

Qualcuno dice
che i sentimenti non sono innati,
nessuno ce li ha mai spiegati.
Bisogna insegnare il sentimento:
la cura,
la paura,
il malcontento,
quella cosa nel tuo sguardo

che si perde nel vento.

Voglio essere
una carezza leggera
che scivola lontana,

una dolce parola vana.

Era bello il cielo
sfregiato dalla tua ombra.
Ci sono cose
che si somigliano

quando si rompono.

Scrivi una poesia
sulle mie braccia,
leggi ad alta voce,

urlamela in faccia.

L’amore,
la vita,
il disincanto.
Ho seppellito
i suoi versi

in un solenne pianto.

Non esiste
condanna peggiore

del disamore

C’è la nostalgia,
c’è la poesia
a tenermi compagnia.
La tua voce
che sfiora le persiane,
il cielo vuoto della sera,
un pezzo di pane.
Aiutami a colmare
i vuoti del cuscino,
ad immaginare

il mio destino.

Nei luoghi
rimane ogni cosa:
le orme dei passi,
gli odori nell’aria,
il fermo immagine
della tua ultima posa.
Dove ti ho incontrato l’ultima volta

è nata una rosa.

È nata la terra
sotto i miei piedi,
per camminarti lontano,
per non chiedermi più
chi siamo,
per non cercarti più invano.

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