Un’ infanzia difficile, la rinascita attraverso il lavoro e la magia di un legame tutto al femminile che guarisce le ferite
dell’anima. In occasione dell’uscita del libro “La trattoria delle stelle comete” di Maria Pia Perrino, abbiamo intervistato
l’autrice per farci raccontare questa bellissima storia di riscatto e sorellanza.



- Possiamo dire che la solidarietà femminile è la vera “medicina” che cura le ferite d’infanzia di Rita?
Sì, credo di sì, se pensiamo alla solidarietà femminile non come a una medicina che guarisce di colpo, ma come a
un balsamo lento, profondo, capace di entrare nelle crepe dell’anima senza violenza. Le ferite d’infanzia di Rita non
svaniscono: restano come certe cicatrici che il tempo non cancella. Eppure, attraverso l’incontro con altre donne,
quel dolore cambia voce, cambia peso, cambia destino.
La solidarietà, per Rita, è una trama di mani che sorreggono, di sguardi che comprendono, di parole che non
feriscono ma ricuciono. È il calore di una presenza che non pretende, non giudica, non abbandona. In quella
vicinanza tutta femminile, Rita scopre forse per la prima volta che si può essere accolte anche nelle proprie fragilità,
e che proprio lì, dove ci si è sentite spezzate, può nascere una forma nuova di forza. Più che una medicina, allora, la
sorellanza diventa una luce quieta: illumina il dolore senza negarlo, lo attraversa senza averne paura, e lentamente
lo trasforma in memoria viva, in consapevolezza, perfino in rinascita. È come se, grazie alle altre donne, Rita
imparasse che nessuna ferita è soltanto ferita per sempre: alcune, se toccate con amore, possono persino diventare
il luogo da cui ricominciare a fiorire
- Il primo vero punto di svolta nella vita di Rita è l’incontro con la sarta Clelia, con cui nasce un sodalizio eterno.
Come si evolve questo legame e perché Clelia è così determinante per il destino di Rita?
L ‘incontro con Clelia è per Rita molto più di una coincidenza: è un approdo. È il momento in cui, dopo tanto
smarrimento, la sua vita intercetta una presenza capace di vederla davvero, di riconoscere in lei non solo la ferita, ma
anche la possibilità di una fioritura. Clelia entra nel suo destino come entrano certe figure necessarie: in silenzio, con
naturalezza, eppure con la forza di chi cambia per sempre il paesaggio interiore di un’esistenza.
Il loro legame si evolve come si evolvono gli affetti più profondi: nasce forse da un bisogno concreto, da una prossimità
semplice, e poi si trasforma in qualcosa di più vasto e più luminoso. Tra Rita e Clelia si crea un’intesa che va oltre l’aiuto
reciproco: è un patto dell’anima, una forma di fedeltà affettiva in cui l’una diventa per l’altra rifugio, specchio, sostegno.
Clelia non offre soltanto una mano a Rita: le offre uno sguardo nuovo su sé stessa, la possibilità di immaginarsi diversa
da come il dolore l’aveva costretta a credersi.
Per questo Clelia è così determinante nel destino di Rita: perché rappresenta una di quelle persone rare che non si
limitano ad accompagnarti, ma ti restituiscono a te stessa. È attraverso quel sodalizio che Rita comprende che la vita
può essere anche riparo, complicità, fiducia condivisa. Clelia diventa così una presenza fondativa, quasi una figura di
rinascita: colei che, con pazienza e amore, insegna a Rita che perfino un’esistenza ferita può imparare di nuovo a
sentirsi degna di luce.
- “La trattoria delle stelle comete” nasce inizialmente per garantire la sopravvivenza a un gruppo di donne ma
ben presto diventa molto di più: un’esperienza di condivisione, di sorellanza e di comunanza affettiva. Quali
sono gli ingredienti che trasformano un semplice luogo di lavoro in uno spazio d’amore e protezione reciproca?
La trattoria, all’inizio, nasce come si accendono certi fuochi nelle notti difficili: per necessità, per resistere al freddo, per
strappare alla vita un po’ di riparo. Ma ben presto smette di essere soltanto un luogo di lavoro o di sopravvivenza:
diventa un grembo collettivo, uno spazio in cui le esistenze ferite imparano lentamente a respirare insieme. Ciò che la
trasforma non è un solo elemento, ma una costellazione di gesti umili e potentissimi: la condivisione del pane e della
fatica, innanzitutto, ma anche delle confidenze, dei silenzi, delle paure, delle speranze custodite quasi sottovoce.
A rendere quel luogo uno spazio d’amore e protezione reciproca è soprattutto il modo in cui le donne che lo abitano
scelgono di stare le une accanto alle altre: senza competizione, senza sospetto, senza la crudeltà del giudizio. Nella
trattoria ognuna porta il proprio dolore, la propria storia incompleta, e tuttavia proprio da questa fragilità condivisa nasce
una forza nuova. Il lavoro stesso, con i suoi riti quotidiani, diventa un linguaggio affettivo: cucinare, servire, attendere,
ascoltare non sono più soltanto azioni necessarie, ma forme di cura, piccoli atti d’amore capaci di ricucire ciò che la vita
aveva lacerato.
Così la trattoria si trasforma in qualcosa che somiglia a una casa dell’anima. Non è fatta solo di mura, tavoli e stoviglie,
ma di presenze che si riconoscono, si sostengono, si custodiscono a vicenda. È un luogo in cui il bisogno iniziale si
trasfigura in appartenenza, e la sopravvivenza cede il passo a una più profonda possibilità di rinascita. In questo senso,
gli ingredienti veri non sono soltanto quelli del cibo, ma quelli invisibili e necessari dell’affetto: la fiducia, la dedizione, la
tenerezza, la memoria condivisa. Sono loro a fare della trattoria non semplicemente un rifugio, ma un piccolo universo in
cui l’amore prende la forma concreta del quotidiano.
- Il tema dominante del romanzo è la centralità dei rapporti tra donne come forza di riscatto e di intima gioia. Se
dovessi lasciare un messaggio alle lettrici del tuo libro, quale “segreto” sulla sorellanza speri che colgano tra le
pagine de La trattoria delle stelle comete?
Se dovessi affidare alle lettrici un segreto, vorrei che fosse questo: nessuna donna si salva davvero da sola. Non perché
in solitudine non si possa essere forti, ma perché esiste una forma di forza ancora più profonda, e più luminosa, che
nasce quando una donna riconosce nell’altra non una rivale, non uno specchio deformante, ma una compagna di
cammino. La sorellanza, nel cuore del romanzo, è proprio questo: la scoperta che si può essere rifugio reciproco, argine
al dolore, riparo contro la durezza del mondo.
Vorrei che tra le pagine de La trattoria delle stelle comete si cogliesse soprattutto la verità più semplice e più necessaria:
che l’amore tra donne — quando è fatto di ascolto, lealtà, cura e rispetto — ha una forza generativa immensa. È un
amore che non chiede di brillare da sole, ma insegna a fare luce insieme. E in quella luce condivisa, ciascuna può
ritrovare parti di sé che credeva perdute: la fiducia, il coraggio, perfino una gioia intima e ostinata, capace di resistere
alle ferite della vita.
Forse il segreto della sorellanza è proprio questo suo miracolo silenzioso: ricordarci che essere accolte non ci rende più
fragili, ma più intere. Che tendere la mano a un’altra donna significa, molto spesso, tendere la mano anche alla parte più
smarrita di noi stesse. E che dalle relazioni più vere, quelle cucite con pazienza, con dedizione, con benevolenza
reciproca, può nascere una felicità non clamorosa ma profonda: una felicità che somiglia a una casa ritrovata, a una
voce che finalmente ci chiama per nome, a una ferita che smette di essere soltanto dolore e diventa, lentamente,
possibilità di rinascita.
Maria Pia Perrino: è nata in Puglia a Ceglie Messapica (BR). Laureata in Giurisprudenza, ha lavorato nella Regione
Toscana occupandosi a lungo di diritti dei detenuti, minori e difesa civica. Nel 2020 ha pubblicato il suo primo libro,
Finché vola l’aquilone per Porto Seguro Editore, segnalato nell’ambito del premio internazionale “Mario Luzi”; Una famiglia leggera per Scatole il suo secondo romanzo., ed. Scatole parlanti, finalista al premio Mario Luzi. Ha pubblicato alcuni racconti con la casa editrice Monpracem.