A cura di Ilaria Solazzo

“Avrei dovuto dirti”: la brillante raccolta poetica di Italo Landrini tra memoria, affetti e parole non dette.

La poesia come custode della memoria, strumento di riflessione e ponte tra passato e presente. È questo il filo conduttore di Avrei dovuto dirti, la raccolta poetica di Italo Landrini, pubblicata da Luoghi Interiori, che si presenta come un viaggio intimo nelle emozioni umane, nei sentimenti custoditi nel silenzio e nelle parole che spesso restano sospese tra il cuore e la voce.

La copertina del volume è caratterizzata da una grande lettera “A”, iniziale del titolo, accompagnata dal simbolo della collana editoriale “La coda dell’occhio”. Il disegno, come riportato nella nota editoriale, è una rielaborazione grafica di un tratto tratto da un manoscritto della Philodoxeos Fabula di Leon Battista Alberti, conservato presso la Biblioteca Estense Universitaria di Modena.

L’opera si inserisce nel percorso letterario di Landrini, autore umbro nato ad Assisi e residente a San Vitale (Viole) di Assisi. Da anni impegnato nella scrittura poetica sia in lingua italiana sia in dialetto, l’autore ha costruito un percorso riconosciuto in numerosi concorsi letterari nazionali.

Il suo debutto editoriale risale al 2013 con I ricordi non muoiono, opera presentata anche nel programma televisivo “Buongiorno Regione Umbria” su Rai 3. Nel 2016 ha pubblicato Gocce di silenzi, mentre diverse sue poesie sono state incluse nella raccolta fotografica Luoghi della bellezza. I suoi versi hanno inoltre trovato spazio su quotidiani e riviste locali e sono stati recitati in trasmissioni televisive e radiofoniche dedicate alla cultura del territorio.

Tra i riconoscimenti più significativi figura il risultato ottenuto con la raccolta Tra cielo, acqua e terra, finalista nella sezione poesia dell’edizione 2020 del Premio Letterario Internazionale “Città di Castello”. Nel 2024 è uscito anche il suo secondo libro in dialetto, Voci dal passato, confermando il forte legame dell’autore con le radici linguistiche e culturali umbre.

Il nuovo volume sembra raccogliere l’eredità di questo lungo percorso umano e artistico. Già dalla citazione riportata in quarta di copertina emerge una poetica fondata sull’ascolto, sulla vicinanza e sulla capacità di accogliere:

“In quel tuo cuore enormemente elastico abbiamo cercato di colmare ogni spazio ma tu con il tuo dolce sorriso hai sempre trovato un posto per tutti.”

Parole che evocano affetto, gratitudine e memoria, temi che da sempre caratterizzano la produzione poetica di Landrini.

Con Avrei dovuto dirti, l’autore offre ai lettori una raccolta che invita a riscoprire il valore delle emozioni autentiche e delle relazioni umane, in un tempo in cui la velocità della comunicazione rischia spesso di lasciare inespresse le parole più importanti.

Il volume, disponibile al prezzo di copertina di 13 euro, rappresenta un nuovo tassello nella produzione letteraria di uno degli autori umbri più attivi nel panorama poetico contemporaneo, capace di coniugare memoria personale, identità territoriale e sensibilità universale.

Il peso delle parole sospese: l’amore e il rimpianto nella poesia di un addio

Cosa resta quando il tempo a disposizione finisce improvvisamente e ci si accorge di non aver detto tutto? È questo il nucleo profondo e doloroso attorno a cui ruota la nuova pubblicazione edita da LuoghInteriori. Un’opera che non è soltanto una raccolta di versi, ma un cammino di elaborazione del lutto e, al contempo, una grandiosa dichiarazione d’amore. Abbiamo intervistato l’autore per comprendere la genesi di queste pagine nate dal silenzio e dal rimpianto.

Il Suo libro si apre con una dedica molto intima e precisa, datata 21 luglio 2023, rivolta a Laura, in cui Le augura di “danzare con Dio”. Che cosa ha rappresentato per Lei l’inizio della scrittura di quest’opera rispetto a quella data drammatica?
Quella data rappresenta lo spartiacque della mia esistenza, il momento in cui il mondo che conoscevo si è frantumato. All’inizio, la scrittura non è stata una scelta pianificata, bensì un riflesso incondizionato di sopravvivenza. Di fronte a un vuoto così improvviso e devastante, la parola poetica è diventata l’unico ponte possibile per continuare a dialogare con Laura, un tentativo di trasformare l’urlo del dolore in un canto che potesse in qualche modo accompagnarla in quella sua nuova “danza”.

Nella lirica intitolata “Avrei dovuto dirti”, presente a pagina 11 della silloge, Lei scrive: “Avrei dovuto dirti più spesso che eri l’aria che respiravo”. C’è una forma di colpevolizzazione in questo riconoscere la centralità dell’altra persona solo dopo la sua scomparsa?
Più che una colpa, direi che si tratta di un’amara e dolorosa presa di coscienza. Quando la persona amata è accanto a noi, la sua presenza diventa come l’aria: fondamentale, ma invisibile nella sua ovvietà. Spesso ci si dimentica di ringraziare l’altro per il semplice fatto di esistere, per il sorriso che rinfresca le giornate o per la dolcezza che rasserena l’anima. Il mio è il rammarico di non aver verbalizzato abbastanza questa dipendenza vitale quando avrei ancora potuto farlo.

In un’altra strofa Lei definisce questa figura femminile come “la luce sul sentiero della vita”. Come si riesce a camminare e, nel Suo caso, a scrivere, quando quella luce si spegne improvvisamente?
Si cammina a tentoni, nel buio più totale. Come descrivo nel testo, le notti diventano interminabili e i giorni si trasformano in un vuoto “silenziosamente assordante”. La scrittura, in questo contesto, funge da torcia d’emergenza. Non sostituisce la luce originale, ma permette di vedere dove si mettono i piedi per evitare di cadere definitivamente nel baratro della disperazione. Scrivere di lei significa fare in modo che quel sentiero non rimanga del tutto oscurato.

Un passaggio della poesia evoca un ricordo preciso e quasi profetico: Mi dicevi ‘preparati che parto presto’. Come risuonano oggi in Lei queste parole alla luce di quanto è accaduto?
Risuonano come un monito dolorosissimo che all’epoca non ho saputo o voluto decifrare. Spesso, per autodifesa, tendiamo a minimizzare i segnali o le frasi che evocano la fine. Quando lei mi diceva quelle parole, la mia mente rifiutava l’idea del distacco definitivo. Oggi quel “parto presto” ha assunto la forma di un addio anticipato, un congedo dignitoso e silenzioso al quale non ero minimamente preparato.

Lei confessa apertamente un errore comune a molti: “pensavo di avere ancora tempo”. L’illusione del tempo è il più grande inganno nei rapporti umani?
Assolutamente sì. È il più grande e il più tragico degli inganni. Ci culliamo sui ricordi del passato e deleghiamo tutto al futuro, rimandando abbracci, chiarimenti e parole d’affetto. Pensiamo sempre che ci sarà un domani per rimediare, una prossima settimana per stare insieme. In questo modo si finisce per non vivere appieno il presente, dimenticando che l’unica dimensione reale che possediamo è il “qui e ora”. Quando il tempo scade, ci si ritrova con le mani piene di futuro ipotetico e il cuore vuoto.

Di fronte a questo vuoto, Lei scrive che “è tardi per tirar fuori parole”. C’è un senso di impotenza della letteratura e della poesia stessa davanti alla definitività della morte?
Sì, c’è una profonda frustrazione. La poesia è potente, ma ha dei limiti invalicabili: non può resuscitare nessuno, non può riavvolgere il nastro del tempo e non può far recapitare un messaggio a chi non c’è più. Quando dico che è tardi, intendo dire che le parole stampate su questa pagina non potranno mai sostituire la voce che le pronuncia all’orecchio della persona amata. La poesia arriva dopo, è una terapia per chi resta, ma per l’istante supremo dell’addio è tragicamente in ritardo.

Nonostante l’oscurità dei giorni, verso la fine della poesia emerge una nota di speranza: “Hai seminato tanto amore in ogni dove noi, proveremo a raccogliere i frutti”. Chi sono i “noi” a cui fa riferimento e come si raccolgono questi frutti?
Il “noi” include me stesso, la famiglia, gli amici e tutti coloro che hanno avuto il privilegio di incrociare il cammino di Laura. Raccogliere i suoi frutti significa non disperdere il patrimonio di altruismo, tenacia e amore che lei ha seminato nel corso della sua vita. Se lei è stata uno stimolo per gli altri, ora spetta a noi portare avanti quelle azioni, vivere secondo i suoi valori e far sì che la sua bontà continui a circolare nel mondo attraverso i nostri gesti.

La poesia si conclude con una raccomandazione perentoria rivolta direttamente al lettore: “Tenete stretta la persona a voi cara e ditele sempre quello che il cuore pensa”. Sente che il Suo dolore possa in questo modo trasformarsi in uno strumento utile per gli altri?
È la mia speranza più grande. Se questa mia dolorosa esperienza, messa a nudo tra le pagine, può spingere anche un solo lettore a rompere gli indugi, a superare l’orgoglio o la timidezza e a dire alla propria compagna, al proprio compagno, a un genitore o a un figlio ciò che prova davvero, allora questo libro avrà assolto al suo compito più nobile. Vorrei che le mie pagine evitassero ad altri il tormento del rimpianto.

Per concludere, la casa editrice LuoghInteriori ha curato questo volume con grande attenzione. Quale augurio si sente di fare a questo libro ora che intraprende il suo viaggio nelle librerie e tra i lettori?
Mi auguro che questo libro non venga letto solo come una cronaca del dolore, ma come un inno alla cura dell’altro. Spero che trovi lettori disposti a fermarsi a riflettere sulla fragilità dei nostri legami. Il mio augurio è che queste pagine possano essere una guida silenziosa, un promemoria tascabile che ricordi a chiunque lo sfogli l’urgenza di amare senza riserve e senza rinvii, per non trovarsi mai più a dover scrivere la parola “avrei dovuto”.

Scheda del libro

Titolo: Avrei dovuto dirti

Autore: Italo Landrini

Editore: Luoghi Interiori

ISBN: 978-88-6864-625-7

Prezzo: € 13,00

Un’opera che si propone come un dialogo sincero con il lettore, nel segno di quella poesia che continua a dare voce a ciò che spesso resta nel silenzio.

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