Longevità, la ricetta della scienza: meno calorie, più vegetali e Omega 3
Le ricerche mostrano una diffusa carenza di Omega 3 nella popolazione: in Italia i livelli medi raggiungono appena il 4%, contro l’8% raccomandato
Roma, 6 novembre 2025 – Alla Fiera del fare Sanità – Welfair, in corso a Roma fino a venerdì 7 novembre, la longevità è al centro del dibattito scientifico dedicato al futuro della salute. Nella tavola rotonda “Longevità 2.0: tra miti dell’anti-aging e realtà scientifica”, Raffaele Migliorini, Coordinatore Generale Medico Legale dell’INPS, ha illustrato le più recenti evidenze scientifiche che collegano alimentazione e invecchiamento in salute.
“La nutrizione è una delle variabili più controllabili e più impattanti sulla qualità del nostro invecchiamento”, ha spiegato Migliorini. “Una regola d’oro, confermata da molti studi, è ridurre il quantitativo di calorie quotidiane: è un fattore che favorisce i meccanismi della salute e il mantenimento delle funzioni durante l’invecchiamento.”
Gli studi longitudinali condotti dalle Università di Montreal e Harvard mostrano che una dieta prevalentemente vegetale, con un apporto equilibrato di proteine e grassi di qualità, rappresenta il modello alimentare più favorevole alla longevità. Questa plant-based diet prevede una quota di proteine anche animali (circa un quarto del totale), l’utilizzo di grassi buoni come l’olio extravergine d’oliva, un’adeguata idratazione e regolare attività fisica.
Tra i nutrienti chiave per la longevità emergono gli acidi grassi Omega 3, fondamentali nel controllo dell’infiammazione, e i polifenoli, composti vegetali che favoriscono i processi biochimici legati alla giovinezza cellulare. Le ricerche mostrano una diffusa carenza di Omega 3 nella popolazione: in Italia i livelli medi raggiungono appena il 4%, contro l’8% raccomandato. Un’assunzione quotidiana di almeno 500 mg di polifenoli, presenti in frutti di bosco, cacao, tè e frutta colorata, si associa invece a un migliore invecchiamento.
Migliorini ha ricordato l’importanza di “aumentare sempre di più il quantitativo di frutta e verdura nella nostra alimentazione, favorendo varietà e colore, per garantire fibre, polifenoli e antiossidanti”. Le fibre, infatti, regolano il microbiota intestinale, elemento chiave per la salute e il controllo dell’infiammazione.
Tra gli alimenti consigliati figurano mango e papaya, oggi coltivati anche in Italia: il mango, in particolare, riduce la glicemia e l’infiammazione ed è considerato un nuovo superfood della longevità.
I modelli più virtuosi arrivano dalle “zone blu” del mondo – Okinawa (Giappone), Nicoya (Costa Rica) e Ogliastra (Sardegna) – dove la popolazione vive più a lungo e meglio. Le diete di queste aree condividono una base vegetale, ricca di Omega 3 e polifenoli: tè verde e curcumina in Giappone, mango e caffè in Costa Rica, formaggi ovini in Sardegna, fonti naturali di acido linoleico coniugato, un nutriente simile agli Omega 3.
Nel confronto dedicato alla longevità è intervenuta anche Immaculata De Vivo, Professore di Epidemiologia alla Harvard T.H. Chan School of Public Health e alla Harvard Medical School, che ha posto l’accento sulla dimensione psicologica del benessere. Ha ricordato come ottimismo e felicità incidano in modo scientificamente misurabile sulla durata della vita, attraverso l’allungamento dei telomeri, veri marcatori biologici dell’invecchiamento. La sua riflessione ha ribadito l’importanza di un approccio alla longevità che integri corpo e mente, scienza e comportamento, biologia e stili di vita.
Un aspetto centrale della discussione della giornata di oggi ha riguardato il ruolo del microbioma intestinale, considerato oggi uno dei principali regolatori della salute metabolica e immunitaria. Nella tavola “Microbioma e salute: il codice nascosto del nostro benessere”, Antonio Moschetta, Professore Ordinario di Medicina Interna all’Università di Bari “Aldo Moro”, ha evidenziato come la mappatura della diversità microbica, resa possibile dalle moderne tecniche di sequenziamento, apra la strada a terapie mirate e a nuovi biomarcatori per la diagnosi e il monitoraggio di numerose patologie. Tra gli altri, l’epidemiologa di fama internazionale Karin B. Michels, con una lunga carriera accademica tra Harvard, Los Angeles e Friburgo, ha sottolineato il legame tra alterazioni del microbiota e insorgenza di tumori, in particolare quello al seno, invitando a considerare il microbioma come un indicatore chiave della salute globale e un target concreto di prevenzione.