A cura di Ilaria Solazzo

Elisabetta Sinibaldi riporta alla luce il VII secolo con “La croce di Gisa”.

Un viaggio epico nell’Europa altomedievale attraverso la storia di una donna che sfida il proprio destino

C’è un’Europa poco raccontata dalla narrativa contemporanea: quella del VII secolo, attraversata da popoli in movimento, trasformazioni religiose e profonde fratture culturali.

È proprio in questo scenario che prende vita “La croce di Gisa.

Negli interstizi del tempo, storia di una donna indomita nell’Europa del VII secolo”, il nuovo romanzo di Elisabetta Sinibaldi, pubblicato da Dei Merangoli Editrice il 17 settembre 2025.

Il volume, composto da 214 pagine e disponibile al prezzo di 15 euro, è il frutto di un anno di intenso lavoro di scrittura, maturato però a partire da un’idea che l’autrice custodiva da tempo.

La Sinibaldi, insegnante di lettere in una scuola media dell’Umbria, ha scelto di ambientare la sua opera in uno dei periodi più complessi e meno esplorati della storia europea, offrendo ai lettori una narrazione che unisce rigore storico, sensibilità antropologica e profondità umana.

La protagonista è Gisa, una donna longobarda che attraversa il continente dalle terre della penisola italica fino ai territori del Nord Europa.

Il suo percorso si sviluppa lungo quella che l’autrice definisce una sottile linea dell’arte “astratta” romano-barbarica, accompagnata dal proprio symbŏlum e guidata da una ricerca che trascende i confini geografici e temporali.

Il viaggio diventa così anche un’esplorazione spirituale, popolata da antenati, forze della natura e visioni di un “mondo altro” che dialoga continuamente con la realtà storica.

Lontano dalle rappresentazioni stereotipate del Medioevo, la Sinibaldi costruisce il ritratto di una donna che si oppone alle convenzioni del proprio tempo.

Gisa rifiuta i destini imposti alle donne dell’epoca – la clausura, i matrimoni d’interesse, la marginalizzazione sociale – trasformandosi in simbolo di tutte quelle figure femminili che la grande Storia ha spesso relegato ai margini.

A sottolineare il valore dell’opera è anche il giudizio della Dottoressa Laura Costantini, nota giornalista Rai e scrittrice italiana, (nata e residente a Roma… La quale svolge da molti anni un’intensa attività sia nel panorama dell’informazione radiotelevisiva nazionale sia nel mondo della letteratura, in particolare nella narrativa di genere e sociale), che definisce il romanzo «un viaggio nella storia che ha il passo di un’epopea». Secondo la Costantini, il racconto si distingue per una scrittura che sembra provenire da un’altra epoca: pochi dialoghi, ampio respiro narrativo ed una protagonista che accompagna i lettori attraverso tutte le stagioni della vita, da bambina a saggia anziana.

Nel corso della vicenda, Gisa affronta una gravidanza proibita, la persecuzione religiosa, la tortura e un lungo viaggio in solitudine verso il profondo Nord europeo. Lì incontra popolazioni semisconosciute alle stesse fonti storiche e trova nuove forme di appartenenza e conoscenza.

La sua esperienza individuale diventa così metafora universale della sopravvivenza culturale e della capacità umana di reinventarsi quando un mondo sta scomparendo.

Particolarmente significativa è la riflessione che attraversa l’intera opera: cosa significa essere l’ultima testimone vivente del proprio popolo?

Una domanda che, pur affondando le radici nell’Alto Medioevo, conserva una sorprendente attualità in un’epoca segnata da migrazioni, crisi identitarie e trasformazioni culturali.

In poco più di duecento pagine, Elisabetta Sinibaldi costruisce una narrazione che intreccia storia, mito e memoria collettiva. Il risultato è un romanzo storico di ampio respiro, capace di restituire voce a chi la storia ufficiale ha spesso dimenticato e di offrire ai lettori una prospettiva originale su uno dei periodi più affascinanti e meno conosciuti del passato europeo.

Con “La croce di Gisa”, l’autrice umbra firma un’opera che si propone non solo come racconto di formazione e avventura, ma anche come riflessione sul destino dei popoli, sulla condizione femminile e sulla resilienza della memoria attraverso i secoli.

Professoressa Sinibaldi, La croce di Gisa conduce il lettore in un’epoca poco frequentata dalla narrativa contemporanea: il VII secolo. Da dove nasce il desiderio di raccontare proprio questo periodo storico?
È un interesse che porto con me da molti anni. L’Alto Medioevo viene spesso definito un periodo oscuro, ma in realtà è una fase di straordinaria trasformazione. Mi affascinavano le zone d’ombra della storia, gli “interstizi del tempo” appunto, quei momenti in cui mondi diversi si incontrano, si scontrano e si fondono. Ho sentito il bisogno di restituire dignità narrativa a un’epoca che troppo spesso viene semplificata o ignorata.

Gisa è una donna che sfida il proprio destino in una società dominata dagli uomini. Quanto c’è di universale nel suo personaggio?
Moltissimo. Gisa appartiene al VII secolo, ma le sue domande sono le nostre. Cerca libertà, conoscenza, autodeterminazione. È una donna che rifiuta di essere definita esclusivamente dal ruolo che la società le assegna. In questo senso rappresenta tutte le donne che, in ogni epoca, hanno dovuto lottare per affermare la propria identità.

Nel romanzo emerge una profonda attenzione alla condizione femminile. È stata una scelta consapevole?
Assolutamente sì. La storia che ci è arrivata è stata scritta quasi sempre dagli uomini e per gli uomini. Mi interessava provare a immaginare cosa accadesse ai margini dei grandi eventi, nelle vite delle donne che non hanno lasciato cronache o documenti. Gisa è una di quelle voci silenziose che meritavano di essere ascoltate.

Il viaggio della protagonista attraversa gran parte dell’Europa. Quanto lavoro di ricerca c’è stato dietro la costruzione di questo percorso?
Tantissimo. Ho studiato fonti storiche, archeologiche e antropologiche. Mi interessava comprendere non solo gli eventi, ma anche il modo di pensare delle persone di allora: il rapporto con il sacro, con la natura, con il tempo e con la comunità. La ricerca è stata fondamentale per costruire un mondo credibile, pur lasciando spazio alla dimensione narrativa.

Nel libro convivono storia, spiritualità e mito. Come ha trovato l’equilibrio tra questi elementi?
Per gli uomini e le donne del VII secolo non esisteva una netta separazione tra questi aspetti. Il soprannaturale faceva parte della vita quotidiana. Ho cercato di raccontare quella visione del mondo senza filtri moderni, rispettando una sensibilità in cui la natura, gli antenati e il divino erano presenze concrete.

Laura Costantini ha definito il suo romanzo “un’epopea”. Si riconosce in questa definizione?
Mi ha emozionato molto leggerla. In effetti il viaggio di Gisa ha qualcosa dell’epopea classica: un percorso di crescita, di perdita e di rinascita. Ma la vera sfida era raccontare un’eroina diversa da quelle tradizionali. Gisa non conquista regni né combatte guerre: la sua forza risiede nella conoscenza, nella resistenza e nella capacità di custodire la memoria.

Una delle domande centrali del romanzo è: cosa significa essere l’ultima testimone vivente del proprio popolo? Perché ha scelto questo interrogativo?
Perché riguarda tutti noi. Viviamo in un’epoca di cambiamenti rapidissimi. Tradizioni, lingue, culture e identità rischiano di scomparire. Gisa porta sulle proprie spalle il peso della memoria, ma anche la responsabilità della trasmissione. Mi interessava riflettere su ciò che resta quando un mondo finisce e su ciò che siamo chiamati a salvare.

Lei insegna lettere in una scuola media. Quanto il contatto quotidiano con i ragazzi influenza la sua scrittura?
Molto più di quanto si possa immaginare. I ragazzi hanno una straordinaria capacità di porre domande essenziali. Mi ricordano ogni giorno l’importanza della curiosità, dello stupore e del pensiero critico. Sono qualità che cerco di preservare anche quando scrivo.

Il libro è stato scritto nell’arco di un anno, ma l’idea era presente da molto tempo. È stato difficile trasformarla in romanzo?
La fase più lunga è stata quella della sedimentazione. Gisa viveva nella mia mente da anni. Quando finalmente ho iniziato a scrivere, la storia aveva già trovato molte delle sue forme. Certo, ci sono stati momenti complessi, ma sentivo di dover raccontare questa vicenda e questo mi ha guidato fino all’ultima pagina.

Se dovesse lasciare ai lettori un solo motivo per leggere La croce di Gisa, quale sarebbe?
Direi questo: per incontrare una donna che attraversa il tempo e ci ricorda che la libertà, la conoscenza e la dignità umana non appartengono a una sola epoca. Gisa vive tredici secoli fa, ma continua a parlarci. E forse è proprio questo il potere della letteratura.

Dopo aver chiuso il libro, quale spera sia il sentimento che rimanga nel lettore?
La consapevolezza che nessuna voce è davvero perduta finché qualcuno è disposto ad ascoltarla. E il desiderio di guardare alla storia non solo come a un elenco di eventi, ma come all’insieme delle vite di uomini e donne che ci hanno preceduto e che, in qualche modo, continuano a vivere dentro di noi.

Quest’estate mettete in valigia qualcosa che pesa poco ma lascia un segno profondo: La croce di Gisa. Tra il rumore delle onde, il silenzio della montagna o l’ombra di un borgo antico, lasciatevi guidare da una donna che attraversa il tempo per ricordarci chi siamo. Perché i libri migliori non accompagnano soltanto un viaggio: diventano essi stessi il viaggio.

https://www.amazon.it/interstizi-storia-indomita-nellEuropa-secolo

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com