NADIA TOFFA, IL CORAGGIO CHE RESTA
A cura di Ilaria Solazzo
“Non perder tempo a piangere”: il racconto intimo che restituisce al Paese il volto più autentico di Nadia Toffa

È disponibile in libreria dal 2024 “Non perder tempo a piangere. Chi è davvero mia figlia Nadia e che cosa ci ha lasciato”, il libro scritto da Margherita Rebuffoni insieme al giornalista Mauro Valentini, pubblicato da Solferino (192 pagine, 17 euro).
Un’opera intensa e profondamente personale che riporta al centro della memoria collettiva la figura di Nadia Toffa, a distanza di anni dalla sua scomparsa, avvenuta nell’agosto del 2019 dopo una lunga battaglia contro il cancro.
Il ricordo di un Paese intero
La morte di Nadia Toffa segnò profondamente l’opinione pubblica italiana. Nei giorni successivi, Brescia si trasformò in un luogo simbolo di partecipazione collettiva: migliaia di persone si recarono in città per renderle omaggio.
Il 16 agosto, durante i funerali celebrati da Don Maurizio Patriciello, si respirava un clima di profonda commozione. Non era soltanto l’addio a una giornalista de Le Iene, ma a una figura percepita come autentica, vicina, quasi familiare.
Il cuore del libro: venti mesi vissuti insieme
Il libro si concentra sugli ultimi venti mesi di vita di Nadia, un periodo segnato dalla malattia ma anche da una straordinaria forza interiore. Nadia scelse di raccontare pubblicamente il suo percorso, offrendo una testimonianza rara per sincerità e coraggio.
Ma ciò che rende unico questo volume è lo sguardo della madre. Margherita Rebuffoni apre per la prima volta le porte della loro quotidianità condivisa: un racconto fatto di presenza costante, amore assoluto e momenti di profonda umanità.
Le reazioni dei lettori
Le testimonianze dei lettori confermano l’impatto emotivo del libro. C’è chi sottolinea come la lettura permetta di conoscere davvero Nadia, oltre la dimensione televisiva, e chi evidenzia la forza e la dignità con cui ha affrontato la malattia.
Un lettore scrive: “Bellissimo libro, dove traspare tutta l’unicità di Nadia”, mentre altri lodano la dedizione della madre e la profondità del racconto.
L’incontro con Mauro Valentini
Il coinvolgimento di Mauro Valentini nasce dopo la vittoria di un premio dedicato a Nadia, promosso dalla Fondazione Nadia Toffa. Da quell’occasione è nato un rapporto umano che ha portato alla realizzazione del libro.
Valentini ha avuto modo di conoscere la figura di Nadia attraverso i racconti familiari, i luoghi della sua vita quotidiana e persino i suoi affetti più semplici, come il bassottino Totò. Elementi che contribuiscono a restituire un ritratto autentico e vivido.
Un’eredità che continua
Dopo la scomparsa della giornalista, la famiglia ha dato vita alla Fondazione Nadia Toffa, con l’obiettivo di sostenere la ricerca scientifica e aiutare le persone più fragili.
La fondazione si ispira ai valori che Nadia ha incarnato: verità, trasparenza, integrità e solidarietà. Attraverso iniziative e raccolte fondi, continua a trasformare il suo esempio in azione concreta.
Una storia che resta
Nata a Brescia nel 1979, Nadia Toffa è stata una delle figure più incisive del giornalismo televisivo italiano. Le sue inchieste per Le Iene hanno affrontato temi complessi e spesso scomodi, sempre con determinazione e sensibilità.
“Non perder tempo a piangere” è molto più di un libro: è una testimonianza di amore, memoria e resilienza. Un racconto che continua a parlare al cuore di chi ha seguito Nadia e anche a chi la scopre oggi, attraverso le parole di chi le è stato più vicino.
Intervista a Mauro Valentini – “Raccontare Nadia Toffa è stato un viaggio umano prima ancora che professionale”
Un dialogo intenso e rispettoso, nel quale lo scrittore Mauro Valentini racconta la genesi del libro scritto con Margherita Rebuffoni, dedicato alla figura di Nadia Toffa. Un’opera che va oltre il ricordo, trasformandosi in testimonianza viva.
Dottor Valentini, come nasce l’idea di questo libro così intimo e profondo?
Nasce da un incontro umano prima ancora che professionale. Dopo aver ricevuto un riconoscimento legato alla memoria di Nadia, ho avuto modo di conoscere la sua famiglia. Da lì si è creato un legame sincero, basato sulla fiducia. Quando la signora Margherita ha sentito il bisogno di raccontare, io ho semplicemente cercato di accompagnarla con rispetto, senza mai forzare nulla.
Che tipo di esperienza è stata lavorare a stretto contatto con una madre che racconta la propria figlia?
È stata un’esperienza molto intensa. Non si tratta solo di scrivere, ma di custodire emozioni profonde. Ho percepito una responsabilità enorme: dare voce a un dolore autentico senza mai tradirlo. La signora Margherita ha una forza straordinaria e una lucidità rara nel ricordare.
Nel libro emerge una Nadia diversa rispetto a quella conosciuta dal grande pubblico, vero?
Più che diversa, direi più completa. Il pubblico ha conosciuto una professionista coraggiosa grazie a ‘Le Iene’, ma qui scopre la figlia, la donna, la persona nella sua quotidianità. È un ritratto più intimo, ma perfettamente coerente con ciò che già si percepiva di lei.
Quanto è stato difficile – per lei – raccontare gli ultimi venti mesi di vita di Nadia Toffa?
Molto difficile, ma anche necessario. Quei venti mesi non sono solo dolore: sono anche amore, condivisione, consapevolezza. Nadia ha scelto di vivere quel tempo con una straordinaria intensità, e raccontarlo significa restituire il senso profondo del suo percorso.
Che ruolo ha avuto la signora Margherita nella costruzione del racconto?
Un ruolo centrale, totale…essendo sua madre. Questo è il suo racconto. Io ho lavorato per dare forma narrativa alle sue parole, mantenendone intatta la verità. Ogni pagina nasce dalla sua memoria, dalla sua sensibilità, dalla sua voce.
Lei ha avuto modo di conoscere anche i luoghi e gli affetti di Nadia. Quanto hanno inciso nella scrittura?
Tantissimo. Visitare i luoghi, entrare negli spazi della sua quotidianità, conoscere anche piccoli dettagli – come l’affetto per il suo cane – aiuta a restituire autenticità. Sono elementi che permettono al lettore di sentirla vicina, reale.
Il libro è già in libreria dal 2024. Che riscontro sta ricevendo dai lettori?
Un riscontro molto forte, soprattutto sul piano emotivo. I lettori ci scrivono parlando di un coinvolgimento profondo. Molti dicono di aver scoperto aspetti nuovi di Nadia, altri ringraziano la madre per il coraggio di essersi raccontata.
Quanto è importante, oggi, mantenere viva la memoria di Nadia Toffa?
È fondamentale, ma non come semplice ricordo. Nadia continua a vivere attraverso ciò che ha lasciato: valori, battaglie, esempio. Anche grazie alla Fondazione Nadia Toffa, il suo impegno si traduce in azioni concrete.
Cosa spera arrivi ai lettori dopo aver letto questo libro?
Spero arrivi un messaggio di autenticità. Nadia ci insegna a non sprecare il tempo, a vivere con intensità, a non avere paura della verità. E soprattutto, a non smettere mai di amare, anche nei momenti più difficili.
Se dovesse descrivere questo libro con una sola parola, quale sceglierebbe?
Verità. Perché ogni pagina nasce da un sentimento reale, vissuto, condiviso. E credo che sia proprio questo a toccare così profondamente chi legge.


Dalla nostra chiacchierata emerge anche un dettaglio curioso e tenero: il bassottino di Nadia si chiama Totò, pur essendo una femmina. Come si spiega questa scelta?
È uno di quei piccoli misteri affettuosi che raccontano molto del carattere di Nadia Toffa. Il nome Totò, tradizionalmente maschile, non ha una spiegazione ufficiale precisa, ma riflette probabilmente l’ironia e la libertà con cui Nadia viveva anche le cose più semplici. Un dettaglio apparentemente leggero che restituisce tutta la sua spontaneità.
Durante un’intervista televisiva, Nadia parlò apertamente della sua malattia e del cambiamento interiore che ne derivò. Che cosa disse?
Ospite a Verissimo, intervistata da Silvia Toffanin, Nadia raccontò un passaggio molto significativo. All’inizio della malattia si chiedeva: “Perché proprio a me?”. Poi, con il tempo e la maturità, quella domanda si trasformò in “Perché non a me?”. Un cambiamento che racchiude una profonda accettazione e una nuova consapevolezza del dolore.

Questo cambio di prospettiva cosa ci dice della sua forza interiore?
Ci parla di una donna capace di evolvere anche nella sofferenza. Nadia non ha negato il dolore, ma lo ha attraversato, trasformandolo in un’occasione di crescita. Questo atteggiamento ha dato forza non solo a lei, ma anche a chi la seguiva e trovava nelle sue parole un esempio concreto di resilienza.
Un altro aspetto che colpisce è la sua totale dedizione agli altri. Quanto ha inciso nella sua vita?
È stato un tratto distintivo. Nadia aveva scelto, quasi come una missione, di dedicare gran parte della sua vita agli altri, spesso mettendo in secondo piano la propria sfera privata. Il suo lavoro non era solo professione, ma impegno civile e umano.

Le sue inchieste hanno toccato territori difficili, come Caivano e Taranto. Perché queste realtà erano così importanti per lei?
Perché rappresentano luoghi dove il dolore è reale e quotidiano. Nadia ha raccontato storie legate all’emergenza ambientale e sanitaria, dando voce a comunità segnate da malattie gravi, tra cui il cancro, che ha colpito anche molti bambini. In territori come Caivano e Taranto, il suo lavoro è stato fondamentale per accendere i riflettori su situazioni spesso ignorate.
Possiamo dire che il suo impegno andasse oltre il giornalismo?
Assolutamente sì. Nadia non si limitava a raccontare: si esponeva, si coinvolgeva, cercava di fare la differenza. Era una presenza attiva, vicina alle persone, capace di trasformare l’informazione in partecipazione.
Che eredità lascia oggi questa sua scelta di vita?
Lascia un esempio potente. La sua storia ci ricorda che il giornalismo può essere uno strumento di verità e solidarietà, e che anche nei momenti più difficili si può scegliere di guardare oltre sé stessi, mettendosi al servizio degli altri.

Un’intervista questa tra me ed il Dottor Mauro Valentini che restituisce il senso più autentico di un’opera capace di andare oltre la narrazione, trasformandosi in un ponte tra memoria e presente.
C’è un tempo per raccontare e un tempo per ascoltare. E questo libro chiede silenzio, rispetto, attenzione. Non è soltanto una storia da leggere, ma un’esperienza da attraversare con il cuore aperto.
Tra queste pagine, Nadia Toffa torna a parlare, non attraverso le luci della televisione, ma nel linguaggio più sincero che esista: quello dell’amore di una madre. La voce di Margherita Rebuffoni accompagna il lettore passo dopo passo, come una mano che guida senza mai trattenere, lasciando spazio alla riflessione, al ricordo, alla commozione.
Leggerlo significa fermarsi, in un mondo che corre troppo veloce. Significa concedersi il tempo di comprendere cosa davvero conta. Perché, come suggerisce il titolo, non è il pianto a definire ciò che resta, ma la capacità di trasformare il dolore in qualcosa che continua a vivere.
Entrate in queste pagine – scritte con professionalità e amore da Mauro Valentini – con delicatezza. Portatele con voi, lasciate che vi attraversino. E poi, forse, ne uscirete con uno sguardo diverso, più consapevole, più umano. Perché ci sono libri che si leggono… e altri che si custodiscono. Questo è uno di quelli.