A cura di Ilaria Solazzo

Terrone: l’ingegnere-poeta tra impresa, cultura e visione umanistica

Francesco Terrone, nato a Mercato San Severino (Salerno) il 5 giugno 1961, rappresenta una figura poliedrica che ha saputo intrecciare con continuità e coerenza il mondo dell’ingegneria, dell’impresa e della poesia, costruendo un percorso professionale e culturale di ampio respiro nazionale e internazionale.

La sua formazione affonda le radici nell’esperienza diretta maturata all’interno dell’azienda di famiglia, la “Luigi Terrone s.r.l.”, dove sin da giovane ha sviluppato un forte senso del lavoro, della responsabilità e della disciplina imprenditoriale. Questo primo contatto con la realtà produttiva ha costituito la base di un percorso che si è poi evoluto in ambito accademico e professionale.

Nel 1991 consegue la laurea in Ingegneria Meccanica presso l’Università “Federico II” di Napoli, dove successivamente ottiene l’abilitazione alla professione e l’iscrizione all’Albo degli Ingegneri della provincia di Salerno. Alla formazione tecnica affianca un master di 900 ore in “Esperto gestione qualità”, consolidando competenze orientate all’organizzazione aziendale e all’innovazione nei processi produttivi. Dopo gli studi universitari, svolge attività di docenza nelle scuole superiori in discipline tecnico-scientifiche e collabora con la multinazionale National Chen del Gruppo Pechini. Nel 1994 fonda lo studio di ingegneria K, mentre nel 1998 dà vita alla Sidelmed S.p.A., società di cui è presidente e amministratore delegato.

Parallelamente alla carriera tecnica e imprenditoriale, Terrone sviluppa un’intensa attività nel campo della comunicazione, diventando giornalista pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania. Questa dimensione si affianca progressivamente a una vocazione ancora più profonda: la poesia.

La sua produzione poetica si distingue per ampiezza e riconoscimento internazionale. È autore di numerose raccolte poetiche tradotte in francese, spagnolo, rumeno, russo, albanese, slavo, tedesco e inglese, ottenendo un’ampia diffusione critica e una significativa attenzione in ambito culturale globale. La sua scrittura si caratterizza per una forte tensione etica ed esistenziale, sintetizzata nella sua stessa visione della poesia come strumento capace di rendere il mondo “più mondo per chi vive il mondo”, una definizione che racchiude il senso profondo della sua ricerca letteraria.

Tra le sue opere più rilevanti si collocano due raccolte di carattere sacro e simbolico che hanno superato la dimensione editoriale per trasformarsi in vere e proprie rappresentazioni artistiche. “Meditationes De Jesu Christi Passione A.D. MMXII – Via Crucis” è diventata una performance per voci, tenore, coro e organo diretta dal Maestro Francesco Perri, ottenendo un ampio riscontro di pubblico e critica. Allo stesso modo “Le sette parole di Maria” ha assunto forma scenica sotto la direzione dello stesso maestro, confermando la vocazione dell’autore a una poesia che dialoga con la musica e la dimensione performativa.

Alcune sue composizioni sono state inoltre musicate e inserite nello spettacolo “Quando la poesia diventa musica”, coordinato dal M° Raffaele Iannicelli, un progetto che ha l’obiettivo di portare la poesia fuori dai circuiti elitari e avvicinarla a un pubblico più ampio attraverso l’incontro con musica, danza e arti visive. Diverse sue poesie sono state pubblicate anche in formato CD e diffuse in contesti culturali e mediatici nazionali e internazionali.

La sua attività ha ricevuto un significativo riconoscimento istituzionale, con l’assegnazione di tre medaglie da parte del Presidente della Repubblica e due dal Senato della Repubblica Italiana. A questi si aggiungono numerosi premi culturali e internazionali, tra cui quelli conferiti da Orazio Tanelli, presidente de “Il Ponte italo-americano” (New Jersey, USA), che lo ha omaggiato per il valore sociale, umanistico e culturale della sua produzione letteraria, dedicandogli anche la copertina della rivista in qualità di “personaggio dell’anno”.

Il suo percorso è stato inoltre oggetto di attenzione critica e biografica da parte del giornalista Aldo Forbice, che gli ha dedicato la biografia “Io, ingegner Terrone – Vita controcorrente di un imprenditore del Sud”, successivamente ripubblicata con il titolo “Il viaggio dell’ingegner Terrone – Il pericoloso percorso di un coraggioso imprenditore del Sud”. Anche il critico Aldo G. Jatosti gli ha dedicato il volume “Il piacere della memoria”, contribuendo a delinearne il profilo umano e intellettuale.

Nel corso della sua carriera ha ricoperto diversi incarichi e ruoli istituzionali, tra cui quello di socio della Casa dell’Aviatore a Roma, membro di Ancislink International, vicepresidente dell’Associazione Italia-Lettonia e accademico benemerito dell’AEREC – Accademia Europea per le Relazioni Economiche e Culturali. A questi si affiancano numerosi titoli onorifici conferiti da ordini cavallereschi internazionali, tra cui quello di Grand’Ufficiale di Grazia Magistrale, Commendatore di Merito e Cavaliere di Merito.

Il suo percorso accademico è stato ulteriormente arricchito da diverse lauree honoris causa in ambiti differenti, tra cui Management Aziendale, Scienze della Comunicazione e Filosofia, e Fisica, conferite da istituzioni universitarie internazionali. Attualmente sta proseguendo la sua formazione con un dottorato in neuroscienze, a testimonianza di un continuo interesse verso l’interdisciplinarità del sapere.

La figura di Francesco Terrone si colloca così all’incrocio tra discipline tecniche, produzione culturale e ricerca umanistica. La sua esperienza mostra un costante dialogo tra razionalità ingegneristica e sensibilità poetica, tra impresa e creazione artistica, delineando un profilo che si sviluppa oltre le tradizionali separazioni tra saperi, in una visione unitaria dell’uomo e della conoscenza.

INTERVISTA A FRANCESCO TERRONE: L’INGEGNERE CHE ABITA LA POESIA

Buongiorno Ingegner Terrone, la sua biografia racconta una vita divisa tra impresa, ingegneria e poesia. Ma se dovesse ridurre tutto a un’unica identità, chi è davvero Francesco Terrone?
Ridurre una vita a una sola definizione è sempre un esercizio rischioso, perché l’essere umano non è mai una formula chiusa. Se proprio dovessi avvicinarmi a una sintesi, direi che sono qualcuno che cerca senso. L’ingegneria mi ha insegnato il rigore, la struttura, la necessità dell’ordine. La poesia, invece, mi ha insegnato il contrario apparente: il disordine creativo, l’invisibile, ciò che sfugge alla misura ma dà significato alla misura stessa. Non sono due mondi separati, ma due modi di interrogare la realtà. Uno costruisce ponti materiali, l’altro ponti interiori.

Lei ha avuto un percorso imprenditoriale e tecnico molto solido, ma allo stesso tempo ha costruito una carriera poetica internazionale. Quando ha capito che la poesia non era un semplice interesse, ma una necessità?
La poesia non è mai stata per me un hobby o una scelta estetica. È stata una forma di sopravvivenza interiore. Ci sono momenti della vita in cui il linguaggio tecnico, quello della razionalità, non basta più. Non perché sia insufficiente, ma perché è incompleto. La poesia è arrivata come un’esigenza, non come un progetto. È arrivata quando ho compreso che l’uomo non vive solo di efficienza, ma anche di domande senza risposta. E quelle domande, spesso, trovano casa solo nella parola poetica.

Le sue opere sono state tradotte in molte lingue e apprezzate a livello internazionale. Cosa significa per lei essere letto in contesti culturali così diversi?
Significa una cosa molto semplice e molto complessa allo stesso tempo: che l’emozione umana è universale. Cambiano le lingue, cambiano le culture, ma il dolore, la speranza, la ricerca di senso non hanno passaporto. Quando una poesia attraversa i confini linguistici, non è più solo mia: diventa un frammento condiviso di umanità. Questo, per me, è il vero riconoscimento.

Nelle sue opere, soprattutto quelle di carattere sacro come Via Crucis e Le sette parole di Maria, emerge una forte dimensione spirituale. Quanto conta la spiritualità nella sua scrittura?
La spiritualità, per come la intendo io, non è necessariamente legata a una sola forma religiosa, ma a una tensione verso qualcosa che supera il visibile. In quelle opere ho cercato di dare voce a un dolore universale e a una speranza altrettanto universale. Non si tratta di raccontare il sacro in senso dogmatico, ma di esplorare ciò che nel sacro parla all’uomo: il limite, il sacrificio, la domanda di senso. La poesia, quando si avvicina a questi temi, smette di essere solo letteratura e diventa esperienza.

Lei ha spesso portato la poesia fuori dai libri, trasformandola in musica, teatro e performance. Perché questa scelta?
Perché credo che la poesia non debba restare confinata sulla pagina. La parola poetica nasce per essere ascoltata, respirata, vissuta. Quando la poesia incontra la musica o la scena teatrale, si libera da una dimensione statica e torna a essere voce. Ho sempre pensato che la cultura debba essere accessibile, non chiusa. Se la poesia non arriva alle persone, allora rischia di perdere una parte del suo senso originario.

Lei è anche un imprenditore e un ingegnere. In che modo questo influisce sul suo modo di scrivere?
Influisce più di quanto si possa immaginare. L’ingegneria mi ha insegnato che ogni struttura ha bisogno di equilibrio, che ogni progetto richiede visione e concretezza insieme. Questo si riflette anche nella poesia: non scrivo mai per puro flusso emotivo, ma cerco sempre una forma, una costruzione interna. Allo stesso tempo, l’impresa mi ha insegnato il rapporto con la realtà, con le persone, con la responsabilità. La poesia, in questo senso, non è evasione, ma una forma diversa di responsabilità.

Lei ha ricevuto numerosi riconoscimenti istituzionali e accademici. Quanto contano i premi per un poeta?
I premi hanno un valore, certo, ma non sono mai il fine. Sono semmai dei segnali, delle conferme esterne. La vera misura di un’opera resta il tempo e la sua capacità di continuare a parlare anche quando l’autore non è più al centro dell’attenzione. La poesia non vive di medaglie, vive di lettori che, anche a distanza di anni, trovano in quei versi qualcosa che li riguarda.

La sua vita sembra attraversata da un’idea costante: unire mondi diversi. È una scelta consapevole o una vocazione naturale?
Direi entrambe le cose. C’è sicuramente una scelta consapevole nel non accettare le separazioni rigide tra discipline. Ma c’è anche una vocazione naturale a cercare connessioni. Viviamo in un tempo che tende a compartimentare tutto: scienza da una parte, arte dall’altra, impresa da un’altra ancora. Io credo invece che l’uomo sia uno solo e che la conoscenza debba riflettere questa unità. Un ponte, per essere stabile, ha bisogno di più materiali. Anche la vita funziona così.

Sta completando un percorso di dottorato in neuroscienze. Come si concilia questo con la poesia?
Le neuroscienze, in fondo, studiano il funzionamento della mente, cioè il luogo in cui nasce anche la poesia. Non vedo contraddizione. Anzi, mi affascina capire come il pensiero si trasformi in emozione e come l’emozione diventi linguaggio. La poesia non è estranea al cervello, è una delle sue espressioni più complesse. Studiare le neuroscienze significa, in un certo senso, avvicinarsi ancora di più al mistero della creatività.

Se dovesse lasciare un messaggio ai giovani che si avvicinano alla scrittura o alla cultura, quale sarebbe?
Direi di non avere paura della complessità. Oggi spesso si cerca la semplificazione immediata, ma la crescita richiede profondità, pazienza e anche contraddizione. Non bisogna scegliere per forza tra scienza e poesia, tra tecnica e arte. Bisogna imparare a farle dialogare dentro di sé. E soprattutto bisogna scrivere, pensare, studiare non per apparire, ma per capire. La cultura non è un palcoscenico: è un cammino.

Se dovesse definire la poesia con una sola immagine, quale sceglierebbe?
La poesia è un ponte sospeso tra ciò che siamo e ciò che ancora non sappiamo di essere. E su quel ponte non si arriva mai definitivamente: si continua a camminare.

Ingegner Terrone, la ringrazio per questo dialogo così intenso e ricco di visione. È stato un incontro che lascia più domande che risposte, e forse è proprio questo il segno delle conversazioni che contano davvero.
Sono io a ringraziare lei cara Ilaria. Quando il dialogo non si esaurisce nelle parole ma continua nel pensiero di chi ascolta, allora non è stato solo un’intervista, ma un incontro. E gli incontri, quando sono autentici, non finiscono: semplicemente proseguono in silenzio.

Allora lasciamo che sia quel silenzio a parlare. Le auguro buon cammino, tra ingegneria e poesia, tra ciò che si costruisce e ciò che si sogna.
Ed io auguro a lei di continuare a cercare domande buone, perché sono quelle che mantengono viva la risposta. Arrivederci, con gratitudine e stima.

In fondo, la poesia di Francesco Terrone non si limita a essere letta: si attraversa. È un luogo interiore in cui la parola non descrive soltanto il mondo, ma lo interroga, lo scava, lo rende più vicino a ciò che sentiamo senza saperlo dire. Nei suoi versi convivono rigore e vertigine, pensiero e visione, terra e trascendenza, come se ogni poesia fosse un varco aperto tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare.

Leggerlo significa accettare un invito discreto ma profondo: fermarsi un istante, ascoltare il silenzio che precede le parole, riconoscere che anche la razionalità ha bisogno di bellezza per non diventare arida, e che la bellezza, a sua volta, ha bisogno di verità per non svanire.

Le sue poesie non chiedono solo attenzione, ma presenza. Non si accontentano di essere sfogliate: chiedono di essere abitate. E quando questo accade, qualcosa si sposta—una domanda, un ricordo, una consapevolezza nuova—come se la lingua poetica riuscisse, per un attimo, a restituire profondità al tempo e voce a ciò che in noi restava inascoltato.

Per questo leggere Francesco Terrone non è soltanto un incontro con un autore, ma con una possibilità: quella di riconciliarsi con la parte più autentica dello sguardo, quella che ancora sa stupirsi, interrogarsi e sentire.

E forse è proprio qui che la poesia trova il suo senso più vero: non nel rispondere alle domande, ma nel renderle necessarie.

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