intervista con lo scrittore Davide Borowski

a cura di Katiuscia Tomei

La storia orale raccoglie dialoghi, memorie e testimonianze vissute, restituendo il passato attraverso il
suono della voce umana. In questo libro, Davide Borowski sceglie di servirsene per raccontare vite e opere
di sette poetesse contemporanee provenienti da quello che, con molta approssimazione, viene chiamato
mondo arabo: Amirah Al Wassif, Ahlam Bsharat, Nadra Mabrouk, Imèn Moussa, Dalila Hiaoui, Mona
Kareem, Mouna Ouafik. L’autore non intende proporre un repertorio né canone ma tentare un
attraversamento: incontri, conversazioni, frammenti di biografie e pratiche poetiche che si intrecciano a
contesti politici, linguistici e affettivi complessi. La voce diventa così spazio critico, gesto di presenza,
forma di relazione, capace di sottrarsi alle semplificazioni e di restituire densità e singolarità, nel rispetto
della contraddizione. Abbiamo fatto qualche domanda all’autore.

Nel libro unisce la traduzione poetica alla metodologia della storia orale, raccogliendo dialoghi,
memorie e testimonianze vive. Come è nata l’idea di questo progetto e perché ha sentito
l’esigenza di far passare l’indagine critica attraverso il “suono della voce umana”?
Mi piaceva l’idea della storia orale perché mi sembrava il modo più efficace di far emergere quanto le voci
che provengono da esperienze culturali diverse dalla nostra producano una musica diversa da quella che
possiamo produrre noi quando parliamo.
Però era un progetto diverso, inizialmente. Voleva essere una specie di atlante della poesia scritta da donne
dell’area arabo-mediterranea degli ultimi quindici-vent’anni, una specie di Please Kill Me – la leggendaria
“storia orale del punk” scritta da Gillian McCain e Legs McNeil – applicato al contesto. Una cosa molto
corale, con una ventina di poetesse e un centinaio di persone intervistate a fare da contorno. Un’idea folle:
ne sarebbe uscito un libro di settecento pagine e all’editore sarebbe venuto un coccolone. Per fortuna, a
un certo punto, ho capito che quello che mi interessava davvero non era costruire una mappa esaustiva
ma seguire alcune traiettorie umane. E poi, le poetesse che hanno accettato di essere intervistate erano
troppo poche per tenermi al progetto iniziale.
Nel testo si cita, in modo speculare, il celebre Parigi o cara di Alberto Arbasino, suggerendo che
oggi solo le voci femminili esterne all’Occidente possano restituirci lo spirito letterario dei
tempi. In che modo queste sette poetesse riescono a fare ciò che la letteratura occidentale
contemporanea forse fatica a fare? Cosa “manca” oggi all’Occidente che la loro poesia invece
custodisce?
Una porzione sostanziale di letteratura occidentale ha perso familiarità con parole come guerra, esilio,
censura o appartenenza: spesso trattate come concetti astratti, realtà lontane o cimeli da romanzo storico.
Certo, esistono casi diversi… Svetlana Aleksievič, Annie Ernaux, Emmanuel Carrère, Simona Vinci ne La
prima verità. Questi casi sono anche tanti, però non mi sembra facciano sistema. Una porzione molto
estesa di letteratura mainstream dialoga con questioni meno traumatiche per la società nel suo complesso,
con drammi più personali.

Le poetesse di cui parlo nel libro, invece, vivono in contesti dove politica, religione, memoria coloniale,
famiglia, diaspora e vita privata si intrecciano fittamente e producono conseguenze vistose. Per questo la
loro poesia ha un’intensità particolare: racconta conflitti e tensioni che da noi per molto tempo sono stati
sottotraccia. Oggi molte di quelle fratture stanno tornando al centro della scena, il mondo sta cambiando
– e non va verso una maggiore stabilità. Queste autrici abitano territori, geografici e interiori, dove certi
conflitti sono già evidenti e inevitabili: e per questo dispongono di un lessico adatto a raccontarli.
Torneremo a riappropriarcene anche noi, ma ci vorrà un po’. Nel frattempo, loro possono mostrarci la
strada.
Per queste autrici la scrittura non è mai un esercizio puramente estetico ma si intreccia a
contesti affettivi e politici radicali (pensiamo alla questione palestinese, all’esilio, ai diritti civili).
In che modo la poesia diventa per loro un “gesto di presenza” e di resistenza quotidiana?
In un modo molto diretto, perché spesso dà fastidio. Se sei una donna che scrive una poesia esortando il
popolo palestinese a resistere all’aggressione israeliana, dai fastidio. Se sei una donna che scrive una poesia
parlando alle domestiche Bidun vessate dalla borghesia del Golfo, esortandole a scappare dopo aver
rubato tutto, dai fastidio. Se sei una donna tunisina e parli dei ragazzini che si vendono al porto a Tangeri,
dai fastidio. Se sei una donna marocchina e scrivi una poesia in cui dici che pretendi di vivere in un posto
dove la Costituzione impedisca alla gente di “frantumare le tue schegge”, dai fastidio. Nessuno di questi
casi è ipotetico.
In un’epoca dominata dal testo scritto digitale, effimero e rapido, che valore assume oggi la
memoria orale? Che cosa spera che il lettore italiano trattenga, nel profondo, dall’incontro con
queste sette poetesse?
Mi sono reso conto che ogni volta che parlavo con una poetessa arabofona, dopo dieci minuti la
conversazione smetteva di riguardare la poesia in astratto e diventava una discussione sulla famiglia, sulla
lingua, sull’esilio, sulla censura, sull’amore, sulla guerra, sul lavoro. In altre parole: sulla vita. La storia
orale mi ha offerto uno strumento per conservare quella complessità. Quanto al lettore italiano, spero che
legga un buon libro, se il libro è buono. Se non lo è, domando scusa.

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