a cura di Silvia Troiani

Se l’intelligenza artificiale è considerata e rappresenta, da un lato, una vera svolta agli occhi di una mente entusiasta e innovativa, non si può dire in egual misura per chi osserva con attenzione i rischi. Ebbene sì: si può e si deve parlare, con la dovuta attenzione e ben oltre la rapidità di una soluzione AI, di un vero e proprio diritto all’interazione umana. Un diritto che emerge con particolare forza quando si osserva l’incidenza dell’evoluzione tecnologica nei processi sociali, comunicativi e decisionali che danno forma alla vita collettiva.

E come si tutela l’interazione umana? Quale è la proposta? Ne parliamo con l’avv. Angelo Monoriti, Docente di Negoziazione Luiss Guido Carli e Docente del Laboratorio di procedure di negoziazione e mediazione Unitelma Sapienza, autore, insieme al Prof. Gino Scaccia -Professore di Diritto Costituzionale e Pubblico presso l’Universitas Mercatorum di Roma-, di articoli in cui si propone, per la prima volta, alla comunità scientifica di avviare una discussione sulla necessità di riconoscimento del diritto fondamentale all’interazione umana (“Quali spazi per un diritto all’interazione umana?” di G. Scaccia e A. Monoriti; “Il diritto all’interazione umana” di A. Monoriti). Nel corso dell’intervista, l’avv. Monoriti spiega che per capire veramente che cos’è l’interazione umana è possibile usare una metafora, andando con la mente nello spazio. Così come tra due stelle non c’è il vuoto, ma una forza invisibile (la gravità), allo stesso modo, tra due esseri umani non vi è solo distanza, ma una forza relazionale che li attrae.

L’interazione umana è questa forza: non è un semplice scambio di informazioni, ma un campo di attrazione che dà forma alle reciproche identità. L’interazione umana è stata a lungo considerata lo sfondo delle relazioni sociali, economiche e giuridiche e la percezione che non potesse essere in nessun modo sostituita, ha fatto sì che, come “valore”, l’interazione umana fosse quasi data “per scontata”. Tuttavia -prosegue l’avv. Monoriti-, con l’avvento delle tecnologie digitali e, più recentemente, dell’intelligenza artificiale, l’interazione umana è diventata un bene a rischio ed è, quindi, ora visibile come valore assoluto, assumendo così la chiara consistenza di un interesse meritevole di tutela giuridica nell’ambito dei processi negoziali e decisionali. “L’interazione umana non è solo un bene comune – spiega Monoriti – è “il” bene comune; è “il” bene pubblico globale”.

Ora, l’intelligenza artificiale ha, per sua natura, la funzione di potenziare – e, in certi casi, perfino superare – l’essere umano. Questo potenziamento, pur essendo benefico per il singolo, produce effetti sulla relazione con l’altro. Infatti, se uno dei due poli è potenziato – o addirittura sostituito – da un sistema automatizzato, il rischio è che l’altro polo si trovi privato proprio di ciò che cerca: la presenza, l’ascolto, la comprensione non simulata. Per chi interagisce con un essere umano potenziato o sostituito dall’IA – chiarisce Monoriti – l’interazione diventa sempre più simulazione.

Ecco perché in ogni ambito in cui si introdurrà l’intelligenza artificiale, occorrerà da oggi in poi porsi la domanda: come possiamo salvaguardare, in quello stesso ambito, l’interazione umana (in modo che l’IA la “supporti” e non la “sostituisca”)?
Il rapporto tra AI e interazione umana, però, è già segnato da una tensione di fondo, osserva Monoriti: “È evidente, del resto, che vi è una parziale (ma ampia) coincidenza fra gli spazi tradizionalmente occupati dall’interazione umana e gli spazi che l’IA può andare ad occupare; anzi potremmo dire che il vero potenziale del business legato all’IA sta proprio nel ridurre i tempi e i costi dell’interazione umana, sostituendo l’efficienza e la velocità di un algoritmo alla difficoltà e alla lentezza di una negoziazione o di una decisione umana”.

E’ qui che si gioca la partita della sostenibilità della tecnologia digitale – prosegue Monoriti – “Una tecnologia digitale potrà dirsi sostenibile solo se progettata by design per essere human-preserving e non human-replacing. In questa prospettiva, la scelta fondamentale che l’epoca digitale pone non è tra rifiutare o abbracciare l’intelligenza artificiale.

La scelta è se farne uno strumento che libera tempo per l’interazione umana o, al contrario, uno strumento che la erode progressivamente”. E non basta un mero human in the loop di facciata: qui si parla di garantire un confronto umano reale, non solo una supervisione formale della macchina.

Non si tratta del controllo sul merito della decisione della macchina, ma della necessità di un umano di interagire con un altro umano. Di fronte ad una diagnosi di tumore, il paziente avrà diritto di essere “ascoltato” dal medico oppure avrà semplicemente diritto a che, a seguito della diagnosi da parte dell’AI, sia seguita una “decisione” da parte del medico che gli verrà comunicata via email o da un chatbot? Il diritto fondamentale all’interazione umana dovrà quindi essere considerato fra i diritti inviolabili sanciti dall’articolo 2 della Costituzione Italiana.

Si tratta del diritto di ciascun individuo di essere riconosciuto e ascoltato da un altro essere umano e non da una macchina (AI). E la rivoluzione inversa è più che necessaria: non si può prescindere dal rapporto umano, dal diritto ad essere “ascoltati” da un simile, dalla tutela necessaria del diritto di interagire, poiché l’AI non può “cancellare” l’interazione e bisogna evitare che tutto ciò passi per normale. Interagire non significa soltanto scambiare informazioni, ma ricevere ascolto.

Non da un bot, bensì da un umano. Al di là delle tecnologie e delle strutture formali, è proprio nell’incontro tra persone che si generano possibilità di azione condivisa, fiducia e significato: è il valore incommensurabile dell’ascolto, l’empatia, il diritto di confrontarsi umanamente, che garantiscono e preservano la nostra natura umana con le proprie sensazioni e limiti: tra persone, menti e, in primis, anime. Certamente, molte realtà punteranno a sostituire l’uomo con la macchina, i bot saranno sempre più efficienti, indubbiamente quasi infallibili in alcuni casi.

Ma la persona e l’interazione umana non possono e non devono diminuire, men che meno disperdersi, specie pensando al nostro rapporto con un medico, un docente, un bancario, sì, perché il rapporto umano va tutelato e non penalizzato, o peggio, superato senza batter ciglio. Secondo Monoriti, la domanda non è quindi se l’AI sarà meglio o peggio di un professore, di un giudice o di un avvocato.

La vera domanda è: “abbiamo diritto o no, quali esseri umani, di essere “ascoltati” dal nostro professore, dal giudice, dall’avvocato, ecc.?” Sotto altro profilo, quindi, potremo anche dire che per “salvare” queste professioni non serve ragionare dal lato dell’“offerta” del servizio capire se l’AI può erogarlo meglio di un essere umano, ma porsi dal lato della “domanda” e riconoscere che quel servizio deve necessariamente sostanziarsi e non può prescindere dall’ascolto da parte di un umano.

Ecco perché diventa necessario riconoscere sul piano giuridico a tutti i cittadini un vero e proprio diritto fondamentale all’interazione umana: per identificare il limite giuridico ultimo oltre il quale l’AI non può andare, pena la tenuta della nostra convivenza sociale e la sopravvivenza della specie. Del resto, quale diritto umano fondamentale, il diritto all’interazione umana è l’unico strumento giuridico utile per poter proteggere il nucleo umano della relazione contro la sostituzione algoritmica. L’interazione umana non è un accessorio, ma il cuore della vita sociale.

È ciò che permette di costruire senso, risolvere conflitti e abitare in modo responsabile un mondo complesso. E riconoscere il diritto al’interazione umana è l’unico modo per cercare di ridare un senso al ruolo di protezione del diritto che, nei confronti, dell’AI e della tecnologica sembra avere le armi spuntate. Del resto, anche quando tutto sembra spingerci verso l’automazione e la distanza, è nell’incontro tra persone che si gioca ancora ciò che conta davvero: sta a noi procedere con ogni mezzo alla tutela del valore umano e questo è solo il primo passo finalizzato a sensibilizzare tutti noi e a “prepararsi”. Quando riconosceremo il diritto all’interazione umana, e con quali garanzie? Se non lo faremo in tempo, rischieremo di accorgerci troppo tardi che l’efficienza ha preso il posto della relazione: e che a rimetterci sarà il senso stesso della vita.

E a quel punto non potremo dire di non averlo previsto: avremo semplicemente scelto di restare a guardare, proprio come suggerisce un film italiano dal titolo provocatorio “E noi come stronzi rimanemmo a guardare”

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