Adalberto Sessa (Milano, 1954) è una delle voci più coerenti e pionieristiche dell’arte
sperimentale italiana: un artista che ha attraversato, anticipandoli, i passaggi cruciali tra
analogico e digitale, tra pittura, cinema underground e video art astratta.
Formatosi al Liceo Artistico di Brera all’inizio degli anni Settanta Sessa matura presto l’idea
di un’arte “in movimento”, capace di superare i limiti della tela ispirandosi alle Avanguardie
storiche e in particolare a Mondrian. La sua ricerca lo porta prima alla sperimentazione
fotografica e ai video in Super8, poi, a metà anni Novanta, a una svolta decisiva con la
computer grafica e il montaggio digitale.

Dal 1999, con opere come Il volo e Quinta
dimensione, avvia un ventennio di produzione video caratterizzata da astrazioni digitali
policrome, estetica psichedelica e colonne sonore ipnotiche, ottenendo riconoscimenti in
festival internazionali. Nel 2019 chiude la stagione del video e dal 2020 torna alla pittura
acrilica su cartoncino, trasponendo su supporto fisico lo stesso concetto di multiplo cinetico
da cui era partito in un dialogo aperto con l’Arte Concreta e l’Optical Art. In questa
intervista, Adalberto Sessa racconta il suo percorso, le scelte estetiche e tecnologiche, il
rapporto con il movimento e la decisione di tornare alla pittura dopo anni di ricerca digitale.

  • La sua avventura inizia al Liceo Artistico di Brera negli anni ’70, in una Milano in pieno
    fermento creativo. Che aria si respirava in quegli anni e cosa le è rimasto?
    Frequentare la scuola nella Milano di quegli anni ha implicato essere in un qualche modo
    partecipe dello stesso quadro di un cambiamento, ovvero quello legato al ’68. A
    prescindere da quanto attivamente vi si fosse coinvolti, gli avvenimenti hanno lasciato un
    segno, trattandosi di un cambiamento epocale e irreversibile. Io avevo 14 anni e non ero
    mosso, all’epoca, da una coscienza e prassi politica mature; ma posso garantire che
    l’effetto del ’68 a Milano è stato quello di vedere il mondo cambiato da un giorno all’altro:
    molte convenzioni borghesi hanno vacillato di colpo. Ha trattenuto da quel tempo un forte
    senso di libertà.
  • Negli anni ‘90 l’informatica entra con forza nelle nostre vite. Per lei è stata un’epifania:
    cosa ha provato la prima volta che ha visto le sue forme geometriche prendere vita al
    computer?
    Anzitutto preciso che l’informatica non è entrata, negli anni ’90, nelle vite di tutti quanti con
    forza: ciò è avvenuto nel decennio successivo. Chi svolgeva infatti attività artistica con il
    computer era inizialmente guardato quasi con sospetto. Quando è accaduto a me, ho
    personalmente provato un senso di grande soddisfazione nel vedere realizzato qualcosa
    che, virtualmente, era già nell’incubatrice della mia testa da quasi quarant’anni: ossia
    vedere le forme astratte in movimento, di per sé stesse, al di là degli stilemi dell’animazione
    cinematografica.
  • Oggi che il digitale è diventato pervasivo, iper-commerciale e dominato dall’intelligenza
    artificiale, come giudica quella sua stagione?
    C’è da premettere che tra digitale e intelligenza artificiale intercorrono enormi differenze,
    sia dal punto di vista mediale, sia artistico, sia economico, sia politico. Chi anima
    professionalmente immagini digitali non lo fa attraverso prompt e, soprattutto, non
    consegna le proprie immagini a un’estetica come quella che è, a oggi, in grado di produrre
    l’intelligenza artificiale: unidirezionale ed eterodiretta; insomma priva delle dimensioni del
    possibile. Per queste ragioni, in sintesi, giudico in maniera estremamente positiva quella
    mia stagione. Non la trovo sorpassata o sopravvissuta; al contrario, credo che la possibilità

di animare delle immagini digitali, come se si fosse degli scultori non “plastici”, consenta di
spaziare tra le forme. Nel mio caso, dà luogo a movimenti che definisco “fluidi”: dall’astratto
al concreto.

  • Nel 2019 sceglie di salutare la video art e nel 2020 torna alla pittura acrilica su carta. È
    stato un ritrovare un vecchio amico o una riscoperta del tutto nuova?
    Si è trattato di ritornare, per certi versi, a un vecchio amico, perché è stata la pittura il mio
    primo incontro con il fare artistico e perché, pure a tanti anni di distanza, sentivo di non
    avere del tutto perso la mano, come si dice. Tuttavia, anche gli amici crescono, e quindi il
    mio rapporto con il medium è stato sostanzialmente nuovo, e soprattutto alimentato dalle
    stagioni passate, di cui quella video è stata più consistente.
  • La musica ha sempre avuto un ruolo chiave nelle sue creazioni digitali. Cosa ascolta
    adesso Adalberto Sessa quando crea nel suo studio oggi?
    Anzitutto ha indovinato: ascolto sempre musica quando dipingo. Mi trovo molto a mio agio
    seguendo il flusso di diversi generi musicali diffusi ad alto volume. Mi servo, come molti, di
    alcune playlist, pure per scoprire artisti nuovi; i generi prediletti: classici rock che ho ben
    frequentato in precedenza, cantautori, jazz e incursioni nell’hip hop più raffinato. Amo poi
    ascoltare la musica classica, di cui ho un preferito assoluto: Antonio Vivaldi, esplorandone
    tutta la produzione.
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